Politici e presunzione di colpevolezza

Oggi mi è capitato di leggere le proposte di un “giovane”, esterno al sistema, che si candida ad una carica politica importante: quella di segretario del nascituro Partito Democratico. Si trattava di proposte semplici, fondamentalmente basate sull’idea di dare una rappresentanza agli interessi di una categoria, i giovani lavoratori, sulle cui fragili spalle sono stati scaricati quasi tutti i costi delle misure prese per tenere a galla il sistema Italia tra i flutti di una concorrenza internazionale sempre più forte, senza che chi si è già ritagliato una fetta della torta vi debba rinunciare.

Tra le proposte, anche se un po’ semplicistiche, ve ne sono diverse condivisibili. Ma leggerle, e ragionare su di esse, mi ha fatto capire quanto veramente serva a poco, nell’Italia di oggi, proporre una qualunque politica, se prima non si cambia il modo in cui la politica viene praticata. Per poter produrre veri cambiamenti, non basta cambiare politica: bisogna cambiare i politici. Non ne faccio una questione di persone. Chiunque sia in politica, oggi, viene percepito come un privilegiato lontano dalla gente comune. Il motivo è semplice: perché è così. Anche se un politico è onesto (e sicuramente ce ne sono tanti), anche se si impegna veramente per i propri elettori, resta sempre una persona che può vivere al di sopra della legge. Il sistema glielo consente. Gli italiani lo sanno, e se se lo dovessero dimenticare ci sono continui esempi che glielo ricordano.

Purtroppo, l’Italia è un paese dove rispettare sempre tutte le leggi è praticamente impossibile. Semplicemente ce ne sono troppe, sono troppo dettagliate, e sono molto spesso dettate dal moralismo di facciata di persone che sanno che tanto, per loro, queste leggi non valgono. Questo vuol dire che oggi non è possibile basarsi sul semplice rispetto delle regole per definire l’onestà di un politico. Dall’altra parte, anche il fatto che un politico non sia mai stato preso con le mani nel sacco non vuol dire che non sia colpevole di corruzione o abuso di potere: di fatto, per tantissimi italiani, rispetto ai politici, vale la presunzione di colpevolezza. Il risultato complessivo è che la sfiducia nella classe politica è ai massimi storici. E in una democrazia, senza la fiducia dei cittadini, nessuna politica incisiva può essere realmente adottata.

I politici, quindi, devono cambiare. Se la presunzione di colpevolezza è il criterio con cui il pubblico giudica la classe politica, un politico che voglia veramente guadagnarsi la fiducia del popolo italiano, l’unica arma con cui può poi migliorare in modo decisivo l’Italia, deve essere disposto a dimostrare in ogni momento la sua innocenza. Un grosso sacrificio, anche ingiusto, che però può essere sopportato da chi veramente è spinto dalla volontà di migliorare l’Italia. Il processo può cominciare anche se fossero in pochi a farlo. Bisogna che almeno qualcuno si proponga come punto di riferimento per un’onestà e una trasparenza molto più stringenti delle attuali leggi, e che, quando invece queste arrivano all’assurdo e non sono rispettabili, non cada nell’ipocrisia di chi le viola facendo finta di niente: lo dica chiaramente, e si impegni per abolirle. Per tutti.

Quello che oggi moltissimi italiani cercano, a torto o a ragione, non sono politiche diverse, ma politici diversi: che siano disposti a rinunciare unilateralmente ai privilegi che il loro ruolo gli può garantire. Politici che si mettano volontariamente in condizione di non poter sfuggire ai controlli sulla loro condotta. Per poter dare uno sfogo positivo alla sfiducia degli italiani, io vorrei dei candidati, per il PD ma anche per tutti gli altri partiti, di sinistra, destra o centro, che ponessero questo punto al centro della loro proposta: la rinuncia, volontaria, alla propria privacy, per poter dimostrare di essere al di sopra di qualunque sospetto. La politica è fatta di idee, ma le idee sono applicate dalle persone, che devono essere credibili per avere seguito. Non voglio che i politici cambino perché sono antipolitico, ma, al contrario, perché voglio che la politica, ridiventata credibile, possa poi cambiare l’Italia, un paese in cui l’ingiustizia la fa da padrone e di cambiamenti c’è una enorme necessità. La politica è una vocazione, e io chiedo: fino a che punto si può essere disposti a sacrificarsi per essa?

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