Su iMille si parla di concertazione e sindacati. Sono d’accordo con la tesi di base dell’articolo. Oggi si parla molto del fatto che il sindacato in Italia è pochissimo rappresentativo per i lavoratori atipici, che peraltro stanno diventando sempre più tipici. Ma esso è poco rappresentativo anche per i lavoratori delle piccole imprese, soprattutto quelle sotto i 15 dipendenti.
Nel settore pubblico e nelle grandi imprese - molte delle quali erano pubbliche - il sindacato ha avuto un potere enorme, che ha raggiunto il suo massimo negli anni settanta. In quegli anni è riuscito ad imporre protezioni fortissime per i lavoratori di quei settori, anche grazie alla debolezza della politica ed alla forza dell’ideologia marxista in quel periodo. Protezioni fortissime che purtroppo si sono tradotte in inefficienza sempre maggiore della pubblica amministrazione e perdita di competitività delle grandi imprese: che, non a caso, da allora hanno perso sempre più peso nel sistema produttivo italiano.
Negli anni ottanta il potere del sindacato è stato molto ridimensionato. Esso è passato da una posizione offensiva ad una posizione difensiva delle conquiste ottenute nei decenni precedenti. Ha dovuto di fatto abbandonare l’idea di estendere queste conquiste alle piccole imprese, che erano le uniche a compensare le perdite di posti di lavoro di quelle grandi e che sono state determinanti per restituire forza al sistema Italia nella competizione internazionale. Moltissimi lavoratori di queste piccole imprese si sono allora resi conto che il sindacato era diventato di fatto il protettore di lavoratori privilegiati rispetto a loro: è vero che la bassa percentuale di adesioni sindacali poteva dipendere da possibili ritorsioni del datore di lavoro, ma la perdita di voti della sinistra politica collegata al sindacato è un dato incontrovertibile.
Negli anni novanta è stata introdotta una nuova forma di lavoro di serie B: i contratti atipici. Attraverso di essi è stato possibile introdurre una quota di lavoro flessibile e meno protetto anche nella pubblica amministrazione e nelle grandi imprese. Scaricando in questo modo quasi tutto il peso della flessibilità e della maggiore efficienza richiesta su nuovi assunti, senza toccare i “diritti acquisiti” degli altri dipendenti. Io ho visto in prima persona come, in un Comune, i lavoratori a tempo determinato venivano sfruttati da alcuni di quelli garantiti a vita per svolgere il lavoro che loro non avevano voglia di fare. Il conflitto di interessi tra lavoratori iperprotetti e quelli niente affatto protetti è un dato di fatto. E’ esattamente come quello tra chi oggi si vuole garantire una pensione a 57 anni facendola pagare a chi sa già che non ci potrà andare prima dei 65.
Non si può chiedere al sindacato di andare contro gli interessi dei propri iscritti. Se, come io sono convinto, alcuni lavoratori hanno dei privilegi ingiusti, perché pagati da altri lavoratori, è solo il potere politico democraticamente eletto a poter sanare questa situazione: togliendo gli eccessi di protezione agli uni per poterne dare una adeguata agli altri. I privilegiati non cedono i loro privilegi con la concertazione: questo valeva per i nobili di un tempo, per i tassisti e gli evasori fiscali oggi, e pure per i lavoratori iperprotetti. Se lo Stato eliminerà la divisione dei lavoratori in categorie protette e non protette, il sindacato potrà tornare a svolgere il suo vero e necessario ruolo: contrattare con i datori di lavoro le condizioni migliori possibili per i lavoratori.
