Oct 31

Due notizie di servizio, che interesseranno MOLTO i milioni di frequentatori del blog. La prima è che sto per traslocare, per cui per alcune settimane sarò senza internet a casa (SIGH!). E pensare che volevo essere molto più regolare nello scrivere sul blog… Se non mi vedete tornare presto, mandate tutti delle email di protesta a Tiscali, sono loro che mi devono collegare al mondo.

Seconda notizia: da oggi aggrego il blog a lanuovastagione.it. Visto che ho iniziato a scrivere dei post per difendere Veltroni, che almeno possa usufruire dei suoi potenti mezzi mediatici!

Oct 30

L’Italia è un Paese che ha assai poca fiducia nella democrazia. L’atteggiamento prevalente, da quel che sento in giro da quando ho l’età della ragione, è quello del “meno peggio”: la democrazia non funziona bene ma gli altri sistemi sono peggio, non mi fido del politico che voto ma gli altri sono peggio. Anche negli ambienti più colti si possono spesso cogliere atteggiamenti di sfiducia; sfiducia verso il popolo, che in questi discorsi viene solitamente declassato al rango di “gente”: gente che si fa manipolare, gente che si fa corrompere, gente che è rincitrullita dalla TV. Come si fa a pensare che la “gente” farà le scelte migliori per il Paese?

Il punto è che la democrazia (come la intendiamo oggi, con il suffragio universale) non serve a garantire le scelte migliori. Ciò che essa garantisce è che le decisioni vengano prese da chi ne subirà le conseguenze. Il popolo sovrano può anche “sbagliare”, cioè determinare con il proprio voto delle politiche che non porteranno al massimo beneficio neanche per la maggioranza dei cittadini, ma sarà esso stesso a pagare il prezzo dei suoi errori. Una testa un voto vuol dire che ciascuno ha il diritto di fare la propria scelta, e di goderne (o subirne) gli effetti. Qualunque altro sistema è ingiusto perché priva i cittadini della libertà di assumersi le proprie responsabilità.

Oct 28

Voglio rispondere ad un articolo che critica il discorso di insediamento di Veltroni come segretario del Partito Democratico; non per difendere Veltroni, ma per affrontare un problema più generale. L’articolo attribuisce al neosegretario del PD una netta propensione per un assetto presidenzialista o quasi, e monocamerale o quasi. E questa propensione viene attaccata pesantemente, con l’accusa di “sposare, nel 2007, il progetto istituzionale dell’ex partito neo-fascista”. Al di là degli espedienti retorici di cui l’articolo abbonda, la critica viene poi precisata meglio dall’autore in questa risposta. In parole povere il sunto è questo: visto che in Italia abbiamo a che fare con una destra pericolosa, bisogna adottare un sistema che impedisca al Parlamento di legiferare rapidamente, e al Presidente di assumere l’iniziativa con una forte legittimazione popolare. Seconde me si tratta di un grosso errore tipico di una certa tradizione della sinistra italiana.

Che sia riformista o rivoluzionaria, la sinistra vuole il cambiamento in favore di chi ha di meno o è meno protetto. Per i partiti politici di sinistra che accettano le regole della democrazia liberale, il metodo per ottenere questo cambiamento è vincere le elezioni ed usare gli strumenti del potere legislativo ed esecutivo per portare avanti il programma di riforme proposto agli elettori. Attuare delle riforme importanti richiede più energie che conservare i vecchi schemi, per cui il compito della sinistra riformatrice è più difficile di quello della destra conservatrice. Se a queste difficoltà intrinseche aggiungiamo quelle derivanti dal modello istituzionale italiano, che rende difficilissimo far approvare qualunque legge che tocchi degli interessi costituiti, per non parlare poi dell’applicare tale legge se viene approvata, si capisce perché l’Italia sia uno dei Paesi occidentali con la più bassa mobilità sociale, meno protezioni dei consumatori, meno aiuti per i disoccupati, etc. etc.

Come si può spiegare allora questo autogol della sinistra che difende un sistema che aiuta solo la conservazione sociale? Io credo che l’errore sia quello di combattere il nemico sbagliato. Le difese sono ancora schierate contro il pericolo di un colpo di Stato sul modello fascista dello scorso secolo; pericolo che oggi non ha senso. Quando la nostra costituzione è stata scritta, sessanta anni fa, esso era serio e reale; è stato giusto prendere delle misure in proposito. Da diversi decenni, fortunatamente, non è più così.

Dalla metà del ventesimo secolo ad oggi non sono cambiati solo la destra ed i suoi pericoli. E’ cambiata anche la sinistra italiana, che ha visto passare alla storia quell’ideologia marxista che ha costituito per decenni il suo punto di riferimento. In un mondo post-ideologico, cos’è che può prendere il posto del marxismo per dare una direzione precisa, quell’unità di azione necessaria per poter attuare qualunque riforma? La risposta sembra inequivocabile: è solo la leadership di un uomo politico (o di un politico donna) che propone una visione agli elettori, facendosene garante di fronte ad essi, che può svolgere quel ruolo. Il “personalismo” in politica può essere oggetto di facili critiche, specie se si pensa all’uso che ne fa Berlusconi, ma non è il semplice risultato di una distorsione dei media. E’ una necessità, che va regolamentata e controbilanciata con i giusti contrappesi, mettendo al sicuro la Costituzione, ma non va combattuta in nome di un mondo che non c’è più.

Una parte della sinistra si è resa conto di questi cambiamenti. L’elezione diretta dei sindaci ha mostrato come il modello “presidenziale” può funzionare e restare democratico. Se questo modello verrà portato anche al livello nazionale, la sinistra si potrà trovare in grado di attuare riforme molto più incisive di quelle viste nelle sue recenti esperienze di governo. Ovviamente anche la destra, vincendo le elezioni, potrà agire in modo più incisivo. Ma nella democrazia o ci si crede o non ci si crede. Crederci solo se vince la tua parte vuol dire non crederci.

Oct 25

Ennesimo intervento a gamba tesa della Chiesa nel dibattito pubblico italiano. Come efficacemente riassunto qui, Repubblica investiga sugli aiuti economici con cui i contribuenti italiani beneficiano la Santa Sede, e la Cei protesta vigorosamente. La stessa Cei che tante volte ha difeso il diritto della Chiesa di criticare la società italiana, dovrebbe anche difendere il diritto della società italiana a criticare la Chiesa: “non fare a nessuno ciò che non piace a te” è un principio biblico.

Nonostante tutto, io difendo il diritto della Chiesa di parlare, criticare, intervenire nel dibattito pubblico. Il problema è che essa rimane uno dei veri poteri forti in Italia, e questo potere lo fa pesare. Quando i vescovi chiamano, troppi politici rispondono. Sembrano così lontani i tempi in cui De Gasperi difendeva anche in modo duro la libertà di coscienza dei cristiani in politica.

Oct 24

Difendere Mastella che, da ministro della giustizia, chiede il trasferimento di un magistrato che indaga su di lui.  Oppure tornare dritti dritti nell’incubo di altri cinque anni di governo Berlusconi. Che razza di scelte tocca affrontare. Viene veramente voglia di mandare tutto a quel paese; anzi, di mandarsi in un altro Paese e fermarsi li a vivere.

Per quanto mi riguarda, Berlusconi ha ragione su un punto: l’Unione si tiene insieme solo grazie all’antiberlusconismo. Se non fosse per lui, non sosterrei mai una coalizione che mette Mastella alla giustizia. Ma Berlusconi c’è, ha già fatto tantissimo male all’Italia, e tenerlo il più a lungo possibile lontano dal potere merita qualunque sacrificio. Per cui aggrappiamoci, finché possiamo, a questo governo disastrato, con questo ministro indecente; però intanto lavoriamo affinché in futuro non ci si debba ritrovare a dover scegliere tra Mastella e Berlusconi. Accidenti a lui.

Oct 22

Ora il Partito Democratico ha il suo segretario e la sua assemblea costituente. Resta da creare il partito. Con quale struttura? Francesco Minervino inizia ad affrontare il problema su iMille.org. Vorrei proporre una riflessione.

Il punto di partenza per affrontare il problema dovrebbe essere la domanda: a che cosa serve un partito politico? Mi sembra che si possano distinguere tre funzioni principali:

  • La prima è quella di luogo di elaborazione culturale, dove si propongono, si discutono e si propagandano idee politiche.
  • La seconda è quella di selezionare e formare una classe dirigente. Le idee in politica sono importanti, ma sono le persone a prendere le decisioni.
  • La terza funzione, in teoria sintesi delle due precedenti, è quella di concorrere democraticamente alla gestione del potere statale (esecutivo e legislativo), portando propri candidati in Parlamento, nel governo, nelle assemblee comunali, provinciali, e purtroppo anche a capo di società a partecipazione pubblica, enti, etc. etc.

Un partito a vocazione maggioritaria non può essere un partito in cui tutti la pensano allo stesso modo. Deve essere un partito dove idee molto diverse possono convivere, ma che poi sia in grado di proporre alla società una proposta politica chiara e affidabile, fatta di candidati e di programmi di riforma limitati, realizzabili. A questa sintesi bisogna arrivare senza che ci sia bisogno che una componente raggiunga l’egemonia culturale nel partito. La logica maggioritaria deve valere anche al suo interno, e le elezioni primarie sono lo strumento giusto.

Chi si da da fare nel partito deve avere qualcosa in cambio. Io credo che le adesioni ufficiali, le tessere siano una cosa utile. Ed è giusto che chi si impegna direttamente abbia maggiori diritti e doveri di chi non lo fa; sicuramente deve avere il diritto di far sentire la propria voce nelle sedi ufficiali, anche e soprattutto se le sue posizioni sono minoritarie: in questo modo il partito può svolgere al meglio la prima funzione. Ma, quando si tratta di scegliere i candidati e la linea per delle elezioni, per la seconda e la terza funzione del partito, le primarie aperte sono una garanzia contro la chiusura verso la società, contro la preponderanza delle logiche di scambio che la gestione del potere spesso favorisce. Contro il rischio di brogli e l’intromissione di elementi di disturbo si possono prendere dei provvedimenti semplici. Basta richiedere la registrazione al voto per un determinato seggio, e rendere pubblici gli elenchi dei votanti: quanti berlusconiani vorranno vedere il proprio nome pubblicato tra i votanti del PD?

 

Oct 11

Beppe Grillo è alla ricerca delle regole per i candidati per le sue liste civiche. Perchè non sfruttare il lavoro già fatto da altri cittadini che vogliono migliorare la democrazia? Esiste una proposta organica, completa, per garantire gli elettori. Se vuole, ne può prendere solo i pezzi che gli piacciono, non mi offenderei. La proposta sta nel Manifesto TRL: leggetela qua.