Dec 20

Dal sito dell’Espresso (link). Per chi non si fida della trascrizione, c’è anche l’audio, qui.

P è Silvio Berlusconi, S è Agostino Saccà, responsabile RAI per le fiction.

P: con la Elena Russo non c’era più niente da fare? Non c’è modo…?
S: no .. c’è un progetto interessante .. adesso io la chiamo ..
P: gli puoi fare una chiamata? La Elena Russo; e poi la Evelina Manna. Non centro niente io, è una cosa … diciamo … di…
S: chi mi dà il numero?
P: Evelina Manna … io non c’è l’ho …
S: chiamo ..
P: no, guarda su Internet ..
S: vabbè, la trovo, non è un problema … me la trovo io ..
P: ti spiego che cos’è questa qui ..
S: ma no, Presidente non mi deve spiegare niente ..
P: no, te lo spiego: io stò cercando di avere …
S: Presedente, lei è la persona più civile, più corretta..
P: allora … è questione di .. (parola incomprensibile, le voci si accavallano) ….
S: ma questo nome è un problema mio …
P: io stò cercando … di aver la maggioranza in Senato …
S: capito tutto …
P: eh .. questa Evelina Manna può essere .. perchè mi è stata richiesta da qualcuno … con cui sto trattando …
S: presidente … a questo proposito, quando ci vediamo, io gli posso dire qualcosa che riguarda la Calabria .. interessante …

Qui abbiamo il leader dell’opposizione che vuole convincere un senatore della maggioranza a far cadere il governo. L’intento è assolutamente legittimo. Ma se, per raggiungere questo intento, si  cerca di far lavorare in RAI un’attrice la cui carriera è cara al senatore, la cosa è doppiamente scandalosa. La prima volta, perché si offre al senatore qualcosa che non ha nulla a che vedere con la politica (per esempio, se io offrissi al senatore dei soldi per farlo votare secondo i miei desideri, non sarebbe corruzione?). La seconda volta, perché si utilizza il proprio potere personale per far assumere qualcuno alla TV di Stato. Berlusconi si è comportato quasi come se la RAI fosse sua. Non poteva farla assumere a Mediaset, che almeno avrebbe pagato lui lo stipendio?

Di voci, di pettegolezzi, di “si dice” su Berlusconi ce ne sono stati tanti. Ma questa volta si tratta di una cosa talmente evidente, talmente grave e inconfutabile, che qualcosa deve accadere.  Non si può andare avanti come se nulla fosse successo. Tutte le persone oneste rimaste in questo Paese devono reagire, in qualche modo. Quando ci sono solo sospetti su un politico è una cosa. Ma quando ci sono le prove non si può far finta di niente. Altrimenti diventiamo complici.

Dec 18

Di laicità dello Stato si parla spesso, come in questo articolo su iMille. Ma esattamente che cosa si intende per “laicità”? Come succede molto spesso, si tratta di un termine sovraccarico di significati, per cui ognuno lo interpreta un po’ come gli pare. Io vorrei distinguere almeno due piani che, nel dibattito attuale, mi sembrano i più rilevanti.

Il primo piano riguarda la laicità come non ingerenza della Chiesa (con la maiuscola, perché parlo della Chiesa cattolica apostolica romana, non di una chiesa generica) nello Stato italiano. La quasi totalità degli italiani - l’88% - si proclama cattolico, per cui la Chiesa tende a pensare di poter parlare a nome della maggioranza dei cittadini. Visto però che la Chiesa è un’organizzazione assolutistica con una rigida gerarchica, i cui vertici non vengono eletti dal popolo, essa non si può considerare rappresentativa delle opinioni degli italiani: al contrario, dovrebbero essere i cittadini ad adeguare le loro opinioni a quelle del Papa e dei vescovi. Che sicuramente hanno il diritto di esprimerle, e di cercare di convincere i cattolici ad adottarle; quello che non hanno è il diritto di imporle con la legge, né ai cattolici né tantomeno agli altri cittadini. Il problema dell’ingerenza si verifica quando la Chiesa cerca di scavalcare i cittadini, rivolgendosi direttamente ai rappresentanti da loro eletti, richiamandoli al dovere di obbedienza al proprio vescovo. Questo dovere non è compatibile con la democrazia, perché i politici eletti rispondono agli elettori, non al capo di uno Stato estero. I politici cattolici di oggi dovrebbero sempre tenere a mente l’esempio di De Gasperi, che aveva ben presente la separazione tra Stato e Chiesa.

Il secondo piano è più generale. In Italia, l’aggettivo “liberale” è quasi tabù per gran parte della sinistra, anche tra i molti che in realtà hanno introiettato il principio fondamentale della democrazia liberale (contrapposta alla democrazia popolare). Sto parlando della limitazione del potere dello Stato in nome della libertà individuale, secondo l’ideale per cui “la mia libertà finisce dove comincia la libertà degli altri”. Fare riferimento a questo ideale, condiviso dalla grande maggioranza degli italiani, sarebbe sufficiente per dirimere quasi tutti i problemi per i quali si invoca il molto più complicato principio di “laicità”. Esiste però ancora oggi, anche a sinistra, una concezione illiberale dello Stato, che deve essere stato etico, ovvero non si deve limitare a regolare i rapporti tra i cittadini, ma deve imporre loro una determinata morale. I gruppi di sinistra che hanno questa concezione sono in competizione con la Chiesa, e per loro l’appello alla laicità è un’arma nella battaglia per l’egemonia culturale. Non bisogna confondere questa laicità illiberale con la laicità liberale.

Al laico liberale non verrebbe mai in mente di impedire ai preti e ai vescovi di propagandare i valori della Chiesa; l’importante è che questi valori non vengano imposti per legge. Con i laici illiberali ci si può alleare quando si tratta di combattere i tentativi di ingerenza della Chiesa, ma stando ben attenti a distinguere il significato da dare alla laicità; ciò sarebbe più facile se a sinistra venisse superato il tabù che impedisce a molti di rivendicare la radice liberale della propria laicità.

Dec 11

Oggi guardavo il TG1, che tra i telegiornali non è certamente il peggiore. Parlavano della serrata dei camionisti che sta bloccando l’Italia. Venivano mostrati gli effetti, la benzina che manca, i rischi sui beni di prima necessità, la Fiat che si ferma, veniva sentito il ministro e intervistato il rappresentante dei camionisti. Tutto molto interessante… però nessuno si preoccupava di spiegare a noi cittadini in ascolto QUANTO chiedono i camionisti. Ci parlavano genericamente di “aiuti”, di impedire la concorrenza che viene dall’estero, ma nessuno si è preso la briga di tradurre le richieste in cifre.

Ci avete mai fatto caso? Quando c’è uno sciopero dei metalmeccanici, nei telegiornali si parla tranquillamente di soldi. Ma quando scioperano i piloti dell’Alitalia, o i capitreno, chi ha mai sentito un numero? Quanti euro vogliono, quanti ne vengono offerti? E QUANTO GUADAGNANO? Più la categoria è protetta, più assomiglia ad una corporazione, più diventa fitta la nebbia. Sorge spontanea la domanda: sarà una strategia dell’Ordine, oppure è puro istinto di preservazione dei propri privilegi dei singoli giornalisti? Si sa, cane non morde cane…

Dec 11

Sto parlando di Forza Italia (in futuro, forse, Popolo della Libertà). Ieri appoggiavano i tassisti che bloccavano Roma. Oggi appoggiano i tir che bloccano l’Italia; anzi, non solo li appoggiano: li guidano, attraverso l’ex sottosegretario Paolo Uggè, FI, leader della protesta. Scioperare è un diritto, ma bloccare il traffico privato è una grave violazione della libertà di movimento dei cittadini. Vi immaginate le reazioni della destra se un giorno i ferrovieri in sciopero fermassero i treni in mezzo a tutti i passaggi a livello? E’ chiaro che chi sostiene questo tipo di proteste non può essere definito né moderato, né liberale.

Se poi consideriamo i motivi delle due proteste, arriviamo al ridicolo: i tassisti difendevano il loro diritto di impedire ad altri cittadini di fare il tassista e fargli concorrenza. I camionisti vogliono più aiuti di Stato, perché i 190 milioni di euro messi sul piatto dal governo non bastano. Oggi ho ascoltato la lettura di una incredibile arrampicata sugli specchi di Oscar Giannino, uno di questi presunti liberali, che è contrario agli scioperi, è contrario agli aiuti di Stato, ma insomma, se le ferrovie ricevono tanti soldi, perché gli autotrasportatori non dovrebbero averne altrettanti? Solo perché sono imprese private? Bei liberisti immaginari. Fate pure le vostre lotte moderate al governo, ma almeno restate dietro le quinte, che ci fate una figura migliore!

Dec 9

La politica online oggi è un fenomeno marginale. Ma, nel futuro, sicuramente diventerà sempre più importante, per un motivo preciso: perché consente di aggregarsi al di là dei limiti della geografia; permette a persone che hanno le stesse idee politiche di collaborare anche se si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Per un partito nuovo, prevedere la costituzione di vere e proprie sezioni online sarebbe una autentica scommessa sul futuro. Mi auguro che il Partito Democratico segua questa via, come proposto da Ivan Scalfarotto per i Mille. Sarebbe veramente un bel segnale.

Dec 5

I partiti della cosiddetta “sinistra radicale” sono in subbuglio. Si lamentano perché il governo ha ceduto, in buona parte, ai ricatti di Lamberto Dini e dei suoi. Devono fare sempre più fatica per resistere alle richieste di far cadere il governo, richieste che vengono da una consistente area culturale di cui si fa portavoce Piero Sansonetti direttore di Liberazione. Non mi stupirei se le berlusconiane profezie di fine della legislatura, tante volte risoltesi in nulla, stessero per avverarsi. Già immagino il clima di trionfo con cui questa notizia verrebbe accolta dagli esegeti di San Silvio, protettore degli evasori fiscali, degli abusivisti edilizi e di tutto il suo Popolo delle Libertà.

Io non ho nessuna simpatia per singoli parlamentari che si mettono in proprio e usano il loro mandato come arma di ricatto. Ma che a lamentarsi di questo gioco sporco siano gli stessi piccoli partiti che tante volte vi hanno fatto ricorso, francamente, mi sembra abbastanza ridicolo. Oggi ha vinto Dini perché aveva la mani più libere di tutti, ma è subito partita la corsa per stabilire chi le avrà più libere dal primo gennaio. Che bello spettacolo. Berlusconi si frega le mani.

Diciamoci la verità. Se non fosse per Lui, questa maggioranza non starebbe insieme. Non perché non ci sia un terreno comune tra l’area PD e quella della sinistra più sinistra, ma perché quest’ultima rimane in gran parte una sinistra utopista. Una sinistra che crede che il Parlamento italiano possa fare leggi per avere un mondo senza guerre, senza disuguaglianze, senza inquinamento. Una sinistra che confronta qualunque risultato con questa Utopia, e che ovviamente è sempre scontenta di ciò che veramente si fa. Che poi è effettivamente molto meno di quello che si potrebbe fare, proprio a causa dei veti incrociati e dei ricatti dei piccoli partiti - e a volte delle correnti di quelli grandi. Perché gli interessi costituiti riescono sempre a trovare qualcuno che non è sordo alle loro sirene, e se questo qualcuno è sufficiente per bloccare ogni cambiamento radicale, ecco spiegato l’immobilismo italiano. Questo valeva anche con l’ultimo governo Berlusconi e la sua enorme maggioranza, figurarsi con la minimaggioranza che oggi c’è al Senato.

Quando si crede nell’Utopia, stare al governo è difficile: perché si rischia di veder crollare i propri sogni. Solo lo spauracchio di Berlusconi ha potuto far sopportare tanto a lungo questa situazione alla sinistra utopista, ma la situazione è sempre più difficile. Queste persone sanno bene che far cadere il governo Prodi non porterà ad una politica più di sinistra, casomai il contrario. Ma cos’è questa consapevolezza di fronte al mantenimento dei propri sogni? Cos’è un governo Prodi in confronto con l’Utopia? Per poter fare riforme radicali, ciò che serve è limitare i poteri di veto dei piccoli partiti. Perché i piccoli partiti di sinistra non possono pensare di avere il monopolio dei veti, se lo fanno loro lo possono fare anche gli altri. Se fossero veramente radicali, dovrebbero rinunciare a questo potere che serve solo a conservare, perché i veti non possono portare a niente di costruttivo.

Dec 3

Forse il più grande vantaggio portato da internet è l’annullamento della distanza geografica che, normalmente, ostacola molte attività. Certo, le interazioni virtuali sono molto più limitate rispetto a quelle di persona. Ma se io, come centinaia di migliaia di altre persone, ho potuto conoscere mia moglie via internet, a maggior ragione è possibile mettere politicamente in contatto persone geograficamente distanti. Già molti gruppi e movimenti sono nati in questo modo - personalmente sono alla mia seconda esperienza, con iMille, dopo quella ormai defunta con il CoRe - ma le potenzialità sono ancora tutte da esplorare, in particolare nell’ambito dei partiti politici radicati sul territorio. Proseguendo l’analisi cominciata nel mio ultimo post, ho allargato gli scenari di utilizzo di una possibile applicazione web per favorire la partecipazione politica.

Strumenti web come forum e blog, che sono pensati per la discussione, portano in modo abbastanza naturale alla formazione di gruppi di persone che la pensano in modo simile. Lo stesso non si può dire per i wiki, che permettono la discussione, ma sono orientati alla formazione di sintesi delle diverse idee in campo. Nel primo scenario un utente può proporre modifiche ad una proposta fatta da qualcun altro, in stile wiki, ma l’estensore originale può accettare o meno la modifica. Se mi rifiutano la modifica, io posso farla diventare una versione alternativa, a cui poi altre persone interessate possono dare un voto.

Gestire da solo le proposte di modifica e le relative discussioni può diventare rapidamente un compito gravoso: piuttosto vorrei poter trovare altri utenti che la pensano come me e dividere con loro questa incombenza. Anche perché il sistema prevede, se non rispondo entro una settimana alla proposta di modifica, che essa venga accettata automaticamente. Posso quindi iniziare a formare un gruppo, delegando parte delle responsabilità che mi competono come iniziatore della proposta. Il gruppo si forma per cooptazione, ma, quando inizia a crescere, esiste un meccanismo democratico per la sua gestione. Se gli altri aderenti votano a maggioranza, il sistema gli permette di scegliersi un altro coordinatore.

Il gruppo si è formato su un argomento specifico, ma è possibile che esso voglia poi dedicarsi anche ad altro. Per questo il programma prevede che io possa scegliere se fare ogni mio intervento sul sito a nome mio o a nome del gruppo. In questo modo il sistema favorisce l’aggregazione e l’azione collettiva, anche proponendomi elenchi di persone che hanno una storia di voti simile alla mia (ovviamente solo chi ha dato il consenso per comparire in questi elenchi). E’ in questo tipo di funzioni che l’informatica dà il meglio di sé, dando un senso a migliaia di dati che nessun altro mezzo potrebbe trattare così in fretta e a basso costo.

La formazione di gruppi permette alle persone che usano il sistema di unire le loro forze. Anche per i problemi trattati, che spesso saranno locali, può essere utile una forma di aggregazione. Se per esempio mi accorgo che una mia segnalazione su alcuni limiti di velocità eccessivamente bassi nella mia città corrisponde a molte altre segnalazioni simili, potrei lanciare una campagna nazionale sul tema. La campagna nazionale mi darebbe la possibilità di creare una maggiore sensibilità verso un problema comune, quando magari i singoli casi non hanno una rilevanza sufficiente per attirare l’attenzione di chi ha il potere di applicare le soluzioni. Dopo aver creato una campagna, potrei cercare aderenti tra tutti quelli che hanno segnalato un problema simile ed includere le loro segnalazioni in essa, darle pubblicità, e far emergere molti altri casi simili. Se la soluzione di un problema locale può interessare il livello comunale o regionale del mio partito, una campagna di interesse generale può arrivare al livello nazionale, ed un deputato che se ne occupasse potrebbe segnalare il suo intervento ed i risultati conseguiti.

Se io poi fossi un politico ed avessi in mente una soluzione per un problema diffuso, potrei voler lanciare in prima persona una campagna nazionale, cercando poi l’adesione degli elettori o magari la segnalazione di casi particolari del problema. Il sistema vuole favorire la partecipazione dal basso, ma questo non vuol dire che l’iniziativa non possa partire anche dall’alto. Sia per le campagne partite dal basso che per quelle partite dall’alto, la trasparenza intrinseca in un’applicazione web del genere, dove tutti i passaggi rimangono documentati, non può che far bene alla fiducia dei cittadini nella politica.