Dec 18

Di laicità dello Stato si parla spesso, come in questo articolo su iMille. Ma esattamente che cosa si intende per “laicità”? Come succede molto spesso, si tratta di un termine sovraccarico di significati, per cui ognuno lo interpreta un po’ come gli pare. Io vorrei distinguere almeno due piani che, nel dibattito attuale, mi sembrano i più rilevanti.

Il primo piano riguarda la laicità come non ingerenza della Chiesa (con la maiuscola, perché parlo della Chiesa cattolica apostolica romana, non di una chiesa generica) nello Stato italiano. La quasi totalità degli italiani - l’88% - si proclama cattolico, per cui la Chiesa tende a pensare di poter parlare a nome della maggioranza dei cittadini. Visto però che la Chiesa è un’organizzazione assolutistica con una rigida gerarchica, i cui vertici non vengono eletti dal popolo, essa non si può considerare rappresentativa delle opinioni degli italiani: al contrario, dovrebbero essere i cittadini ad adeguare le loro opinioni a quelle del Papa e dei vescovi. Che sicuramente hanno il diritto di esprimerle, e di cercare di convincere i cattolici ad adottarle; quello che non hanno è il diritto di imporle con la legge, né ai cattolici né tantomeno agli altri cittadini. Il problema dell’ingerenza si verifica quando la Chiesa cerca di scavalcare i cittadini, rivolgendosi direttamente ai rappresentanti da loro eletti, richiamandoli al dovere di obbedienza al proprio vescovo. Questo dovere non è compatibile con la democrazia, perché i politici eletti rispondono agli elettori, non al capo di uno Stato estero. I politici cattolici di oggi dovrebbero sempre tenere a mente l’esempio di De Gasperi, che aveva ben presente la separazione tra Stato e Chiesa.

Il secondo piano è più generale. In Italia, l’aggettivo “liberale” è quasi tabù per gran parte della sinistra, anche tra i molti che in realtà hanno introiettato il principio fondamentale della democrazia liberale (contrapposta alla democrazia popolare). Sto parlando della limitazione del potere dello Stato in nome della libertà individuale, secondo l’ideale per cui “la mia libertà finisce dove comincia la libertà degli altri”. Fare riferimento a questo ideale, condiviso dalla grande maggioranza degli italiani, sarebbe sufficiente per dirimere quasi tutti i problemi per i quali si invoca il molto più complicato principio di “laicità”. Esiste però ancora oggi, anche a sinistra, una concezione illiberale dello Stato, che deve essere stato etico, ovvero non si deve limitare a regolare i rapporti tra i cittadini, ma deve imporre loro una determinata morale. I gruppi di sinistra che hanno questa concezione sono in competizione con la Chiesa, e per loro l’appello alla laicità è un’arma nella battaglia per l’egemonia culturale. Non bisogna confondere questa laicità illiberale con la laicità liberale.

Al laico liberale non verrebbe mai in mente di impedire ai preti e ai vescovi di propagandare i valori della Chiesa; l’importante è che questi valori non vengano imposti per legge. Con i laici illiberali ci si può alleare quando si tratta di combattere i tentativi di ingerenza della Chiesa, ma stando ben attenti a distinguere il significato da dare alla laicità; ciò sarebbe più facile se a sinistra venisse superato il tabù che impedisce a molti di rivendicare la radice liberale della propria laicità.

Dec 5

I partiti della cosiddetta “sinistra radicale” sono in subbuglio. Si lamentano perché il governo ha ceduto, in buona parte, ai ricatti di Lamberto Dini e dei suoi. Devono fare sempre più fatica per resistere alle richieste di far cadere il governo, richieste che vengono da una consistente area culturale di cui si fa portavoce Piero Sansonetti direttore di Liberazione. Non mi stupirei se le berlusconiane profezie di fine della legislatura, tante volte risoltesi in nulla, stessero per avverarsi. Già immagino il clima di trionfo con cui questa notizia verrebbe accolta dagli esegeti di San Silvio, protettore degli evasori fiscali, degli abusivisti edilizi e di tutto il suo Popolo delle Libertà.

Io non ho nessuna simpatia per singoli parlamentari che si mettono in proprio e usano il loro mandato come arma di ricatto. Ma che a lamentarsi di questo gioco sporco siano gli stessi piccoli partiti che tante volte vi hanno fatto ricorso, francamente, mi sembra abbastanza ridicolo. Oggi ha vinto Dini perché aveva la mani più libere di tutti, ma è subito partita la corsa per stabilire chi le avrà più libere dal primo gennaio. Che bello spettacolo. Berlusconi si frega le mani.

Diciamoci la verità. Se non fosse per Lui, questa maggioranza non starebbe insieme. Non perché non ci sia un terreno comune tra l’area PD e quella della sinistra più sinistra, ma perché quest’ultima rimane in gran parte una sinistra utopista. Una sinistra che crede che il Parlamento italiano possa fare leggi per avere un mondo senza guerre, senza disuguaglianze, senza inquinamento. Una sinistra che confronta qualunque risultato con questa Utopia, e che ovviamente è sempre scontenta di ciò che veramente si fa. Che poi è effettivamente molto meno di quello che si potrebbe fare, proprio a causa dei veti incrociati e dei ricatti dei piccoli partiti - e a volte delle correnti di quelli grandi. Perché gli interessi costituiti riescono sempre a trovare qualcuno che non è sordo alle loro sirene, e se questo qualcuno è sufficiente per bloccare ogni cambiamento radicale, ecco spiegato l’immobilismo italiano. Questo valeva anche con l’ultimo governo Berlusconi e la sua enorme maggioranza, figurarsi con la minimaggioranza che oggi c’è al Senato.

Quando si crede nell’Utopia, stare al governo è difficile: perché si rischia di veder crollare i propri sogni. Solo lo spauracchio di Berlusconi ha potuto far sopportare tanto a lungo questa situazione alla sinistra utopista, ma la situazione è sempre più difficile. Queste persone sanno bene che far cadere il governo Prodi non porterà ad una politica più di sinistra, casomai il contrario. Ma cos’è questa consapevolezza di fronte al mantenimento dei propri sogni? Cos’è un governo Prodi in confronto con l’Utopia? Per poter fare riforme radicali, ciò che serve è limitare i poteri di veto dei piccoli partiti. Perché i piccoli partiti di sinistra non possono pensare di avere il monopolio dei veti, se lo fanno loro lo possono fare anche gli altri. Se fossero veramente radicali, dovrebbero rinunciare a questo potere che serve solo a conservare, perché i veti non possono portare a niente di costruttivo.

Nov 19

Nella prima repubblica era normale assistere a lotte spietate per l’egemonia tra le diverse anime di un partito. Conquistare la segreteria nazionale era l’obiettivo necessario, ma non sufficiente: per poter veramente comandare, il segretario aveva bisogno di controllare tutti o quasi i gangli decisionali. Le coltellate alle spalle erano il pane quotidiano di questa lotta per il potere.

La logica maggioritaria, se applicata anche all’interno dei partiti, ci può permettere di superare questa triste eredità del passato. Attraverso di essa, anche il Partito Democratico, che non potrà mai essere un partito ideologicamente omogeneo, potrà offrire agli elettori governabilità e capacità di portare avanti riforme coerenti anche se non tutti, al suo interno, sono d’accordo. La strada delle primarie, imboccata con decisione in questa fase, va nella direzione giusta.

La logica delle primarie è che gli elettori possono scegliere, tra le diverse offerte di leadership e di programmi, quella da adottare per ogni ciclo elettorale. Se quell’offerta poi vince anche le elezioni generali, tutto il partito dovrebbe impegnarsi per consentirle di esprimersi appieno nell’opera legislativa e di governo. Con questo meccanismo, è fondamentale che la concorrenza tra le idee e le possibili leadership sia la più libera possibile. Anche quando il partito è al governo, il dibattito di cultura politica al suo interno non si deve fermare.

Una tendenza naturale, per una leadership al governo, è quella di tentare di soffocare il dibattito, esattamente come fa un’azienda leader di mercato che sfrutta la sua posizione dominante per impedire la formazione di offerte concorrenti valide. Per questo, anche dentro al Partito Democratico, servono delle regole antitrust che garantiscano la concorrenza tra le idee politiche e le persone che le sostengono; in particolare deve essere protetto l’ingresso di idee e di persone nuove che vengono dall’esterno del partito, superando uno dei limiti maggiori della politica italiana fino ad oggi.

Se la logica maggioritaria delle primarie si affermerà veramente, anche il rispetto di queste regole antitrust e della contendibilità della leadership potrà diventare accettabile per chi ha il potere. Se tutti si impegneranno a sostenere l’azione di governo e di riforma di un presidente del consiglio che abbia vinto le primarie, questi non si dovrà più preoccupare, come durante la prima repubblica, di “perdere le redini del partito“. Potrà allora accettare più facilmente che si svolga un dibattito anche critico della sua azione di governo, con la garanzia che le somme si tireranno solo alla fine naturale del ciclo elettorale, quando i suoi risultati potranno essere valutati e confrontati con le alternative che si sono sviluppate dal dibattito e dal confronto interno. Dallo scambio tra garanzia di governabilità e libertà di dibattito risulteranno tutti vincitori.

Oct 30

L’Italia è un Paese che ha assai poca fiducia nella democrazia. L’atteggiamento prevalente, da quel che sento in giro da quando ho l’età della ragione, è quello del “meno peggio”: la democrazia non funziona bene ma gli altri sistemi sono peggio, non mi fido del politico che voto ma gli altri sono peggio. Anche negli ambienti più colti si possono spesso cogliere atteggiamenti di sfiducia; sfiducia verso il popolo, che in questi discorsi viene solitamente declassato al rango di “gente”: gente che si fa manipolare, gente che si fa corrompere, gente che è rincitrullita dalla TV. Come si fa a pensare che la “gente” farà le scelte migliori per il Paese?

Il punto è che la democrazia (come la intendiamo oggi, con il suffragio universale) non serve a garantire le scelte migliori. Ciò che essa garantisce è che le decisioni vengano prese da chi ne subirà le conseguenze. Il popolo sovrano può anche “sbagliare”, cioè determinare con il proprio voto delle politiche che non porteranno al massimo beneficio neanche per la maggioranza dei cittadini, ma sarà esso stesso a pagare il prezzo dei suoi errori. Una testa un voto vuol dire che ciascuno ha il diritto di fare la propria scelta, e di goderne (o subirne) gli effetti. Qualunque altro sistema è ingiusto perché priva i cittadini della libertà di assumersi le proprie responsabilità.

Oct 28

Voglio rispondere ad un articolo che critica il discorso di insediamento di Veltroni come segretario del Partito Democratico; non per difendere Veltroni, ma per affrontare un problema più generale. L’articolo attribuisce al neosegretario del PD una netta propensione per un assetto presidenzialista o quasi, e monocamerale o quasi. E questa propensione viene attaccata pesantemente, con l’accusa di “sposare, nel 2007, il progetto istituzionale dell’ex partito neo-fascista”. Al di là degli espedienti retorici di cui l’articolo abbonda, la critica viene poi precisata meglio dall’autore in questa risposta. In parole povere il sunto è questo: visto che in Italia abbiamo a che fare con una destra pericolosa, bisogna adottare un sistema che impedisca al Parlamento di legiferare rapidamente, e al Presidente di assumere l’iniziativa con una forte legittimazione popolare. Seconde me si tratta di un grosso errore tipico di una certa tradizione della sinistra italiana.

Che sia riformista o rivoluzionaria, la sinistra vuole il cambiamento in favore di chi ha di meno o è meno protetto. Per i partiti politici di sinistra che accettano le regole della democrazia liberale, il metodo per ottenere questo cambiamento è vincere le elezioni ed usare gli strumenti del potere legislativo ed esecutivo per portare avanti il programma di riforme proposto agli elettori. Attuare delle riforme importanti richiede più energie che conservare i vecchi schemi, per cui il compito della sinistra riformatrice è più difficile di quello della destra conservatrice. Se a queste difficoltà intrinseche aggiungiamo quelle derivanti dal modello istituzionale italiano, che rende difficilissimo far approvare qualunque legge che tocchi degli interessi costituiti, per non parlare poi dell’applicare tale legge se viene approvata, si capisce perché l’Italia sia uno dei Paesi occidentali con la più bassa mobilità sociale, meno protezioni dei consumatori, meno aiuti per i disoccupati, etc. etc.

Come si può spiegare allora questo autogol della sinistra che difende un sistema che aiuta solo la conservazione sociale? Io credo che l’errore sia quello di combattere il nemico sbagliato. Le difese sono ancora schierate contro il pericolo di un colpo di Stato sul modello fascista dello scorso secolo; pericolo che oggi non ha senso. Quando la nostra costituzione è stata scritta, sessanta anni fa, esso era serio e reale; è stato giusto prendere delle misure in proposito. Da diversi decenni, fortunatamente, non è più così.

Dalla metà del ventesimo secolo ad oggi non sono cambiati solo la destra ed i suoi pericoli. E’ cambiata anche la sinistra italiana, che ha visto passare alla storia quell’ideologia marxista che ha costituito per decenni il suo punto di riferimento. In un mondo post-ideologico, cos’è che può prendere il posto del marxismo per dare una direzione precisa, quell’unità di azione necessaria per poter attuare qualunque riforma? La risposta sembra inequivocabile: è solo la leadership di un uomo politico (o di un politico donna) che propone una visione agli elettori, facendosene garante di fronte ad essi, che può svolgere quel ruolo. Il “personalismo” in politica può essere oggetto di facili critiche, specie se si pensa all’uso che ne fa Berlusconi, ma non è il semplice risultato di una distorsione dei media. E’ una necessità, che va regolamentata e controbilanciata con i giusti contrappesi, mettendo al sicuro la Costituzione, ma non va combattuta in nome di un mondo che non c’è più.

Una parte della sinistra si è resa conto di questi cambiamenti. L’elezione diretta dei sindaci ha mostrato come il modello “presidenziale” può funzionare e restare democratico. Se questo modello verrà portato anche al livello nazionale, la sinistra si potrà trovare in grado di attuare riforme molto più incisive di quelle viste nelle sue recenti esperienze di governo. Ovviamente anche la destra, vincendo le elezioni, potrà agire in modo più incisivo. Ma nella democrazia o ci si crede o non ci si crede. Crederci solo se vince la tua parte vuol dire non crederci.