Di laicità dello Stato si parla spesso, come in questo articolo su iMille. Ma esattamente che cosa si intende per “laicità”? Come succede molto spesso, si tratta di un termine sovraccarico di significati, per cui ognuno lo interpreta un po’ come gli pare. Io vorrei distinguere almeno due piani che, nel dibattito attuale, mi sembrano i più rilevanti.
Il primo piano riguarda la laicità come non ingerenza della Chiesa (con la maiuscola, perché parlo della Chiesa cattolica apostolica romana, non di una chiesa generica) nello Stato italiano. La quasi totalità degli italiani - l’88% - si proclama cattolico, per cui la Chiesa tende a pensare di poter parlare a nome della maggioranza dei cittadini. Visto però che la Chiesa è un’organizzazione assolutistica con una rigida gerarchica, i cui vertici non vengono eletti dal popolo, essa non si può considerare rappresentativa delle opinioni degli italiani: al contrario, dovrebbero essere i cittadini ad adeguare le loro opinioni a quelle del Papa e dei vescovi. Che sicuramente hanno il diritto di esprimerle, e di cercare di convincere i cattolici ad adottarle; quello che non hanno è il diritto di imporle con la legge, né ai cattolici né tantomeno agli altri cittadini. Il problema dell’ingerenza si verifica quando la Chiesa cerca di scavalcare i cittadini, rivolgendosi direttamente ai rappresentanti da loro eletti, richiamandoli al dovere di obbedienza al proprio vescovo. Questo dovere non è compatibile con la democrazia, perché i politici eletti rispondono agli elettori, non al capo di uno Stato estero. I politici cattolici di oggi dovrebbero sempre tenere a mente l’esempio di De Gasperi, che aveva ben presente la separazione tra Stato e Chiesa.
Il secondo piano è più generale. In Italia, l’aggettivo “liberale” è quasi tabù per gran parte della sinistra, anche tra i molti che in realtà hanno introiettato il principio fondamentale della democrazia liberale (contrapposta alla democrazia popolare). Sto parlando della limitazione del potere dello Stato in nome della libertà individuale, secondo l’ideale per cui “la mia libertà finisce dove comincia la libertà degli altri”. Fare riferimento a questo ideale, condiviso dalla grande maggioranza degli italiani, sarebbe sufficiente per dirimere quasi tutti i problemi per i quali si invoca il molto più complicato principio di “laicità”. Esiste però ancora oggi, anche a sinistra, una concezione illiberale dello Stato, che deve essere stato etico, ovvero non si deve limitare a regolare i rapporti tra i cittadini, ma deve imporre loro una determinata morale. I gruppi di sinistra che hanno questa concezione sono in competizione con la Chiesa, e per loro l’appello alla laicità è un’arma nella battaglia per l’egemonia culturale. Non bisogna confondere questa laicità illiberale con la laicità liberale.
Al laico liberale non verrebbe mai in mente di impedire ai preti e ai vescovi di propagandare i valori della Chiesa; l’importante è che questi valori non vengano imposti per legge. Con i laici illiberali ci si può alleare quando si tratta di combattere i tentativi di ingerenza della Chiesa, ma stando ben attenti a distinguere il significato da dare alla laicità; ciò sarebbe più facile se a sinistra venisse superato il tabù che impedisce a molti di rivendicare la radice liberale della propria laicità.
