Sep 21

La mossa di Berlusconi, che vuole togliere le preferenze anche dalle elezioni europee, sta giustamente facendo indignare molti italiani. C’è già chi, però, accusa anche il Partito Democratico di gradire quella soluzione, come Beppe Grillo. Il PD ha un modo semplicissimo per allontanare quest’accusa: impegnarsi, fin da ora, a fare le liste con le primarie se non ci saranno le preferenze.

Questo è ciò che chiediamo con la campagna Primarie vere, primarie sempre, che ha quasi raggiunto le mille adesioni: contribuite anche voi aderendo alla campagna. Se poi volete, diffondete come email il testo qui sotto. Facciamo capire quello che vogliamo!

BERLUSCONI TOGLIE LE PREFERENZE. E IL PARTITO DEMOCRATICO?

Care democratiche, cari democratici,

Berlusconi sembra deciso ad eliminare le preferenze anche dalle elezioni europee. Il Partito Democratico si è già detto contrario, e si prepara ad opporsi, ma abbiamo già verificato che questa destra non si fa scrupoli a cambiare le regole del gioco a colpi di maggioranza: maggioranza che è molto netta, alla Camera e al Senato.

Di fronte a questa probabile, ennesima riduzione degli spazi della democrazia, noi crediamo che il PD debba rispondere rilanciando le primarie anche per scegliere i candidati per le Europee. Se il nostro partito rendesse noto da subito che, in caso di liste bloccate, queste saranno decise dagli elettori e non dalle segreterie, allontanerebbe qualunque sospetto che, sotto sotto, quella soluzione non gli dispiace.

La nostra campagna Primarie vere, primarie sempre - www.primariesempre.org - raccoglie adesioni per assicurare le primarie anche alle europee. Ci siamo posti l’obiettivo di arrivare a mille firme entro la fine di settembre, e questo obiettivo è alla portata: ne mancano meno di 150. Però ci serve la collaborazione di tutti. Per chi non ha ancora aderito, questo è il momento giusto per farlo; per tutti, è il momento di far conoscere l’iniziativa e trovare nuove adesioni.

Vi chiediamo solo due cose: fate girare questo messaggio fra tutti i vostri amici, conoscenti, fra tutti quelli che hanno a cuore la democrazia. E, se non lo avete ancora fatto, aderite! Basta andare sul sito della campagna, oppure mandare un’email con nome, cognome e città a primariesempre@gmail.com

Diamoci da fare, facciamo capire agli italiani chi sono i veri democratici!

Il gruppo di Primarie vere, primarie sempre

www.primariesempre.org
primariesempre@gmail.com

Jul 29

Stasera sono stato invitato virtualmente alla Festa del PD di Pistoia. Il titolo della serata era “Convincere per tornare a vincere”, ed hanno parlato diversi esponenti importanti del PD toscano: mi sentivo un po’ un pesce fuor d’acqua. Tutto grazie al circolo Obama, e ad Emidio Picariello, che ha lanciato l’idea.

Il mio intervento, audio/video via skype (ma io non ricevevo immagini da loro), è durato 8 minuti, e devo dire che parlare ad un pubblico senza poterlo vedere non è molto piacevole. Spero che la prossima volta ci sia il video anche in ritorno, ma in ogni caso devo ringraziare molto il PD di Pistoia per la possibilità che mi hanno dato!

Ecco il testo dell’intervento:

Il tema della serata è molto azzeccato: “convincere per tornare a vincere”. Ma questa frase presuppone un serio dubbio: perchè ci dobbiamo porre il problema di riuscire a convincere? Perchè il Partito Democratico sembra avere dei problemi di credibilità?

In effetti, è tutta la politica in Italia ad avere seri problemi di credibilità: Berlusconi non ha certo vinto perchè gli italiani erano in maggioranza entusiasti all’idea di altri cinque anni di governo da parte sua, o perchè fossero convinti dei suoi programmi elettorali. Ha vinto innanzi tutto perchè noi, in quest’occasione, siamo risultati ancora meno credibili di lui.
Per avere credibilità bisogna essere coerenti con gli impegni presi, e la politica non ha mai brillato in questo campo. L’esperienza dell’Unione però è stata giudicata dagli italiani, a torto o a ragione, particolarmente deludente.

Mantenere le promesse elettorali è difficile, ma spesso i partiti si sono dimostrati incapaci di rispettare con coerenza anche le regole che si sono dati per il loro funzionamento interno. Questo non aumenta certo la fiducia dei cittadini.

Adesso, ad esempio, la Toscana si è dotata di un ottimo statuto, che noi apprezziamo molto e per il quale vi ringraziamo, che contiene indicazioni ferree sulle primarie, previste veramente sempre, compresa la selezione dei candidati al Parlamento e alle Europee.

Questa dovrebbe essere una garanzia sufficiente per convincere gli italiani sulla serietà del PD, almeno in Toscana, su questo argomento, ma è veramente così? Non dimentichiamo che siamo il Paese dove è nata l’espressione “fatta la legge, trovato l’inganno”: gli italiani non si fidano.

Perchè si possano fidare, bisogna dimostrare loro che c’è ancora qualcuno che è disposto anche a sacrificarsi in nome di una regola che si è dato. Moltissimi si aspetteranno che, alla prima occasione in cui fare le primarie non fosse conveniente, in cui rischia di vincere un candidato sgradito, anche il PD toscano, pur con il suo apprezzabilissimo statuto, troverà una scappatoia per evitare delle primarie vere.

Ebbene, noi, come partito democratico, abbiamo la possibilità di dimostrare a queste persone che si sbagliano. Ci vuole tempo, perchè la reputazione si costruisce in anni e poi basta un attimo per perderla, ma noi siamo convinti che ce la possiamo fare. Abbiamo creato la campagna “primarie vere, primarie sempre” proprio perchè il PD, scegliendo di fare delle elezioni primarie il suo atto fondativo, ha fatto al Paese una promessa sul metodo di selezione della classe dirigente: ora è fondamentale che dimostri di saperla mantenere. Oltre 630 aderenti alla campagna, e 22 circoli, lo chiedono con forza.

Ma il problema del rispetto delle regole non è solo un problema specifico di credibilità dei partiti. E’ mia convinzione che questo sia un problema più generale della sinistra nella società italiana. E’ mia opinione che sia assolutamente necessario, per la sinistra, ritrovare e far ritrovare agli italiani la fiducia nella possibilità di avere regole, leggi, fatte per essere applicate e di cui ci si possa fidare. Regole che diano delle vere garanzie e delle vere sicurezze.

Qual’è infatti il tratto più nobile che caratterizza la sinistra, che lo differenzia dalla destra? Esso è l’idea di una solidarietà che non è solo verso le persone familiari e conosciute, ma verso tutti gli esseri umani, anche verso gli sconosciuti ed i diversi. Questa è una delle cose che unisce la migliore tradizione della sinistra cattolica e la migliore tradizione della sinistra laica.

Nell’Italia di ieri, però, gli sconosciuti erano meno sconosciuti di oggi, e i diversi meno diversi. La società era più omogenea, ed era più facile partire da una solidarietà di classe, o da una solidarietà basata su una fede comune, per allargarsi  all’intera società. Oggi le cose sono molto diverse. Non lo sono solo in Italia; anche nel resto dell’Europa occidentale il progresso economico e la globalizzazione hanno portato alla fine della società di massa, alla frammentazione del corpo sociale e all’arrivo di differenze ancora più grandi attraverso l’immigrazione.

Eppure, nel resto d’Europa non si vede una crisi così profonda della sinistra, in nessun altro Paese essa è così in difficoltà. Questa differenza può essere spiegata solo con la presenza di Berlusconi? Certo, anche con quello. Ma il motivo principale, secondo me, è esattamente nella differenza che esiste nel rapporto con le leggi e le regole.

Da loro non ci si aspetta, come spesso accade da noi, che alla prima distrazione qualcuno ti fregherà - e che poi la farà pure franca. La solidarietà è resa possibile da un’attesa di reciprocità, dall’idea che io aiuterò uno sconosciuto in difficoltà, e che, se sarò in difficoltà, qualcuno aiuterà me. Ma un eccesso di furbi, di approfittatori, è in grado di distruggere l’attesa di reciprocità, e quindi rende sempre più difficile la solidarietà.

Una società che non ha un sistema di regole in grado di punire i furbi, ma che al contrario spesso li premia e li esalta, alla lunga riduce di molto la fiducia nella solidarietà. Una società dove non esistono più i forti legami di classe di una volta, e dove le leggi rimangono spessissimo parole vuote, scritte più fare bella figura quando le si annuncia che per essere applicate, dove le persone più potenti ed in vista sono spesso le prime a non rispettarle pubblicamente, è una società dove la sinistra sarà automaticamente in grande difficoltà.

Concludendo,

per convincere, e tornare a vincere, il Partito Democratico deve anche preoccuparsi di ristabilire la fiducia in un sistema di regole. Neanche in Italia è impossibile: ad esempio la legge sul fumo è riuscita ad imporsi e a cambiare le abitudini degli italiani. Oggi noi non abbiamo il governo del Paese, per cui non possiamo dimostrarlo con nuove leggi e la loro applicaizone. Però possiamo farlo cominciando al nostro interno, là dove possiamo sia stabilire le regole, sia controllarne l’applicazione. E un’ottima occasione è partire dalle primarie, il cui uso è una delle promesse più apprezzate dagli elettori, e la cui mancanza forse ha deluso di più nell’ultima campagna elettorale.

Se dimostrerà che la decisione se fare o no le primarie dipenderà davvero da regole chiare e applicabili sulle firme da raccogliere; che le primarie saranno vere, ovvero che nessun candidato sarà più uguale degli altri; che crede in un sistema dove la legge è veramente uguale per tutti; se il Partito Democratico dimostrerà di essere diverso da quello che gli italiani si aspettano da un partito politico, anche attraverso le primarie, allora questo partito sarà sulla strada giusta per convincere gli italiani che anche un’Italia diversa e migliore è possibile. Sarà sulla strada giusta per tornare a vincere, per non lasciare che l’Italia si rassegni ad un egoismo che peggiora subito la vita degli ultimi, ma che, alla lunga, peggiora la vita di tutti. Iniziamo noi a dare il buon esempio!

Apr 15

Inutile fare giri di parole, ci hanno dato una sberla che ci ricorderemo a lungo. Avevamo creduto che Veltroni potesse far dimenticare gli sconquassi (quelli reali e soprattutto quelli percepiti) della recente esperienza di governo, e che gli italiani si ricordassero di quelli, molto peggiori, dei cinque anni di governo Berlusconi. Io personalmente avevo creduto nei sondaggi che ci davano delle possibilità di recupero, con la speranza di raggiungere un pareggio al Senato. Tutte le illusioni si sono infrante, rimane tanta amarezza.

Ma l’amarezza va superata in fretta, dobbiamo pensare al futuro. Un futuro con una lunga e difficile opposizione. Perché l’Italia è andata molto a destra, i dati sono inconfutabili. Il PD è riuscito a salvare il suo risultato elettorale pescando molti voti dalla Sinistra Arcobaleno - in funzione anti-Berlusconi - e compensando in questo modo parecchi altri persi alla sua destra, a quanto pare molti a favore dell’UDC. Il risultato in queste elezioni non rappresenta uno zoccolo duro dal quale si può solo crescere, ne dobbiamo essere ben consapevoli: un 3% almeno dell’attuale 33% difficilmente lo riavremo alla prossima elezione, se la sinistra antagonista riuscirà a riorganizzarsi.

Ma da quella parte abbiamo preso tutto quello che potevamo prendere, e non è servito. Se vogliamo vincere le prossime elezioni, non è ad un recupero della sinistra tradizionale che possiamo guardare. Quello che dobbiamo fare è dare al Paese quelle risposte che la destra, questa destra, non può e non vuole dare; risposte che molti dei suoi elettori vorrebbero - e ancora più vorranno alla fine di questo terzo governo Berlusconi, che, secondo me, li deluderà ancora una volta. Ci sarà tempo (anche troppo tempo…) per elaborare le nuove risposte che possiamo dare ai problemi del Paese. Io però indico subito quelle che per me sono le due linee più importanti lungo le quali muoversi.

La prima direttrice, quella più dura da far affermare anche all’interno del PD, è quella di un modo nuovo e diverso di fare politica e gestire la cosa pubblica: più trasparenza, meno privilegi, più attenzione ai problemi quotidiani degli elettori, primarie, meritocrazia. In questo modo si può raggiungere quella credibilità che la politica non ha più, prosciugare il grillismo e recuperare tantissimi consensi al nord, al centro, al sud. Ciò va fatto non a parole, ma con gli atti là dove il PD amministra.

La seconda direttrice è quella delle liberalizzazioni, della protezione del consumatore e dell’antistatalismo. Perché essere di sinistra, in una economia di mercato, vuol dire sì solidarietà per chi ha meno, ma vuole anche dire protezione dei diritti del cittadino medio di fronte ai privilegi, alle truffe, all’arroganza dei pochi protetti. La destra berlusconiana ha già dimostrato di essere sempre pronta alla difesa dei privilegi di tutte le corporazioni. In questo campo li dobbiamo incalzare in Parlamento, sulle piazze, e magari con dei referendum, avanzando e pubblicizzando proposte che facciano scoppiare le contraddizioni tra le parole e gli atti di questa destra socialmente conservatrice e illiberale. La nostra opposizione deve mettere in difficoltà Berlusconi sul piano delle proposte positive, non sul piano dei no, e sono convintissimo che lo possiamo fare.

E’ fondamentale che il PD affronti i prossimi anni con la consapevolezza che, se non facciamo qualcosa di radicalmente nuovo, ci attende più di una legislatura di opposizione. La miscela di controllo dei media, voto di scambio, e appello agli istinti più beceri del popolo mette questa destra in una posizione difficilissima da scalzare. E’ inutile aspettare che qualche aiuto ci arrivi dall’esterno, siamo noi che dobbiamo darci da fare!

Mar 2

Cos’è un meme? Inventato da Richard Dawkins e reso famoso dal suo libro “The selfish gene”, il meme è l’equivalente culturale del gene. Applicando il principio della selezione darwiniana al campo delle idee, si può facilmente capire come un’idea nuova deve competere con le altre idee per la nostra attenzione, per diffondersi ed entrare a far parte del nostro bagaglio culturale. Semplificando, un’idea che risulta utile per definire qualcosa con cui abbiamo a che fare nelle nostre vite, e quindi per comunicare, è destinata a passare da una mente all’altra e a moltiplicarsi; un’idea inutile è destinata ad estinguersi. Questo stesso concetto è stato espresso da Seth Godin, nel campo del marketing, con il nome molto evocativo di ideavirus.

Tutto questo ha molto a che fare con la politica e le elezioni che ci attendono tra poco. Ogni candidato cerca di concentrare l’attenzione degli elettori sui suoi punti forti, e di far dimenticare i suoi punti deboli. A mio avviso, il punto più debole di Berlusconi è che ha da poco governato cinque anni di seguito, ed i risultati sono stati molto deludenti: tanto deludenti che, nonostante un ferreo controllo dell’informazione televisiva, ha perso le elezioni successive. E’ proprio per questo che noi, che non vogliamo altri cinque anni di Berlusconi, ne dobbiamo parlare il più possibile. Dobbiamo far pensare tutti i nostri amici e conoscenti dubbiosi, scoraggiati, incerti ad altri cinque anni di governo Berlusconi.

Dobbiamo rendere “Altri Cinque Anni” un meme vincente di questa campagna elettorale. Dobbiamo cercare di parlarne il più possibile, ricordando i cinque anni di leggi Cirielli, di depenalizzazioni del falso in bilancio, di corna e di kapò. Ma soprattutto cinque anni di pessime performance economiche, di evasione fiscale e di impoverimento degli onesti rispetto ai furbi. Dobbiamo ricordarlo a tutti, perché Berlusconi è lo stesso dell’altra volta. Lo stesso che ci ha promesso un nuovo boom economico, e ci ha consegnato solo un nuovo boom del debito.

Quindi iniziamo ad utilizzare questa espressione il più spesso possibile. Chiediamo a tutti “ma tu vuoi altri cinque anni di governo Berlusconi?”. Spingiamo anche i suoi sostenitori a parlarne, a difendere e magari esaltare i risultati del vecchio governo. Perché, per quanto ne possano parlare bene, agli ascoltatori non potrà sfuggire l’idea che si tratta di una soluzione che hanno già visto, già provato.

Feb 20

I politici sono tutti uguali? Evidentemente no. Se Prodi, Amato, Visco e tanti altri nel Partito Democratico hanno accettato  di buon grado di non ripresentarsi alle elezioni, dopo molti anni di carriera, De Mita è diverso. Per politici come lui, l’unico elemento di giudizio su un’esperienza politica sembra essere la loro posizione personale.

Che figura ci fa un politico che abbandona un progetto dalla lunga gestazione come il PD solo perché non gli hanno dato una candidatura? Veltroni ha fatto benissimo ad insistere, rinunciando ai voti che De Mita poteva garantire nel suo feudo di Nusco. La coerenza costa, e Veltroni sta dimostrando di credere veramente nel rinnovamento. Speriamo che continui così.

Dec 3

Forse il più grande vantaggio portato da internet è l’annullamento della distanza geografica che, normalmente, ostacola molte attività. Certo, le interazioni virtuali sono molto più limitate rispetto a quelle di persona. Ma se io, come centinaia di migliaia di altre persone, ho potuto conoscere mia moglie via internet, a maggior ragione è possibile mettere politicamente in contatto persone geograficamente distanti. Già molti gruppi e movimenti sono nati in questo modo - personalmente sono alla mia seconda esperienza, con iMille, dopo quella ormai defunta con il CoRe - ma le potenzialità sono ancora tutte da esplorare, in particolare nell’ambito dei partiti politici radicati sul territorio. Proseguendo l’analisi cominciata nel mio ultimo post, ho allargato gli scenari di utilizzo di una possibile applicazione web per favorire la partecipazione politica.

Strumenti web come forum e blog, che sono pensati per la discussione, portano in modo abbastanza naturale alla formazione di gruppi di persone che la pensano in modo simile. Lo stesso non si può dire per i wiki, che permettono la discussione, ma sono orientati alla formazione di sintesi delle diverse idee in campo. Nel primo scenario un utente può proporre modifiche ad una proposta fatta da qualcun altro, in stile wiki, ma l’estensore originale può accettare o meno la modifica. Se mi rifiutano la modifica, io posso farla diventare una versione alternativa, a cui poi altre persone interessate possono dare un voto.

Gestire da solo le proposte di modifica e le relative discussioni può diventare rapidamente un compito gravoso: piuttosto vorrei poter trovare altri utenti che la pensano come me e dividere con loro questa incombenza. Anche perché il sistema prevede, se non rispondo entro una settimana alla proposta di modifica, che essa venga accettata automaticamente. Posso quindi iniziare a formare un gruppo, delegando parte delle responsabilità che mi competono come iniziatore della proposta. Il gruppo si forma per cooptazione, ma, quando inizia a crescere, esiste un meccanismo democratico per la sua gestione. Se gli altri aderenti votano a maggioranza, il sistema gli permette di scegliersi un altro coordinatore.

Il gruppo si è formato su un argomento specifico, ma è possibile che esso voglia poi dedicarsi anche ad altro. Per questo il programma prevede che io possa scegliere se fare ogni mio intervento sul sito a nome mio o a nome del gruppo. In questo modo il sistema favorisce l’aggregazione e l’azione collettiva, anche proponendomi elenchi di persone che hanno una storia di voti simile alla mia (ovviamente solo chi ha dato il consenso per comparire in questi elenchi). E’ in questo tipo di funzioni che l’informatica dà il meglio di sé, dando un senso a migliaia di dati che nessun altro mezzo potrebbe trattare così in fretta e a basso costo.

La formazione di gruppi permette alle persone che usano il sistema di unire le loro forze. Anche per i problemi trattati, che spesso saranno locali, può essere utile una forma di aggregazione. Se per esempio mi accorgo che una mia segnalazione su alcuni limiti di velocità eccessivamente bassi nella mia città corrisponde a molte altre segnalazioni simili, potrei lanciare una campagna nazionale sul tema. La campagna nazionale mi darebbe la possibilità di creare una maggiore sensibilità verso un problema comune, quando magari i singoli casi non hanno una rilevanza sufficiente per attirare l’attenzione di chi ha il potere di applicare le soluzioni. Dopo aver creato una campagna, potrei cercare aderenti tra tutti quelli che hanno segnalato un problema simile ed includere le loro segnalazioni in essa, darle pubblicità, e far emergere molti altri casi simili. Se la soluzione di un problema locale può interessare il livello comunale o regionale del mio partito, una campagna di interesse generale può arrivare al livello nazionale, ed un deputato che se ne occupasse potrebbe segnalare il suo intervento ed i risultati conseguiti.

Se io poi fossi un politico ed avessi in mente una soluzione per un problema diffuso, potrei voler lanciare in prima persona una campagna nazionale, cercando poi l’adesione degli elettori o magari la segnalazione di casi particolari del problema. Il sistema vuole favorire la partecipazione dal basso, ma questo non vuol dire che l’iniziativa non possa partire anche dall’alto. Sia per le campagne partite dal basso che per quelle partite dall’alto, la trasparenza intrinseca in un’applicazione web del genere, dove tutti i passaggi rimangono documentati, non può che far bene alla fiducia dei cittadini nella politica.

Nov 19

Nella prima repubblica era normale assistere a lotte spietate per l’egemonia tra le diverse anime di un partito. Conquistare la segreteria nazionale era l’obiettivo necessario, ma non sufficiente: per poter veramente comandare, il segretario aveva bisogno di controllare tutti o quasi i gangli decisionali. Le coltellate alle spalle erano il pane quotidiano di questa lotta per il potere.

La logica maggioritaria, se applicata anche all’interno dei partiti, ci può permettere di superare questa triste eredità del passato. Attraverso di essa, anche il Partito Democratico, che non potrà mai essere un partito ideologicamente omogeneo, potrà offrire agli elettori governabilità e capacità di portare avanti riforme coerenti anche se non tutti, al suo interno, sono d’accordo. La strada delle primarie, imboccata con decisione in questa fase, va nella direzione giusta.

La logica delle primarie è che gli elettori possono scegliere, tra le diverse offerte di leadership e di programmi, quella da adottare per ogni ciclo elettorale. Se quell’offerta poi vince anche le elezioni generali, tutto il partito dovrebbe impegnarsi per consentirle di esprimersi appieno nell’opera legislativa e di governo. Con questo meccanismo, è fondamentale che la concorrenza tra le idee e le possibili leadership sia la più libera possibile. Anche quando il partito è al governo, il dibattito di cultura politica al suo interno non si deve fermare.

Una tendenza naturale, per una leadership al governo, è quella di tentare di soffocare il dibattito, esattamente come fa un’azienda leader di mercato che sfrutta la sua posizione dominante per impedire la formazione di offerte concorrenti valide. Per questo, anche dentro al Partito Democratico, servono delle regole antitrust che garantiscano la concorrenza tra le idee politiche e le persone che le sostengono; in particolare deve essere protetto l’ingresso di idee e di persone nuove che vengono dall’esterno del partito, superando uno dei limiti maggiori della politica italiana fino ad oggi.

Se la logica maggioritaria delle primarie si affermerà veramente, anche il rispetto di queste regole antitrust e della contendibilità della leadership potrà diventare accettabile per chi ha il potere. Se tutti si impegneranno a sostenere l’azione di governo e di riforma di un presidente del consiglio che abbia vinto le primarie, questi non si dovrà più preoccupare, come durante la prima repubblica, di “perdere le redini del partito“. Potrà allora accettare più facilmente che si svolga un dibattito anche critico della sua azione di governo, con la garanzia che le somme si tireranno solo alla fine naturale del ciclo elettorale, quando i suoi risultati potranno essere valutati e confrontati con le alternative che si sono sviluppate dal dibattito e dal confronto interno. Dallo scambio tra garanzia di governabilità e libertà di dibattito risulteranno tutti vincitori.

Nov 17

Qualche tempo fa, in un post, cercavo di individuare le principali funzioni legittime dei partiti in una democrazia liberale, trovandone tre: elaborazione politico/culturale, formazione e selezione di una classe dirigente, concorso alla gestione democratica del potere statale. Ero in dubbio sulla legittimità di una quarta funzione, tanto che ho deciso di non includerla. La settimana scorsa, però, ho partecipato ad un incontro presso una sezione ex-DS (la prima volta che mettevo piede in una sezione…) in cui si discuteva di regole per il nuovo Partito Democratico; ascoltando persone che hanno esperienza di politica locale, mi sono reso conto che quella quarta funzione è inevitabile.

Sto parlando del collegamento tra i cittadini e l’amministrazione della cosa pubblica, al di fuori dei normali canali burocratici. Ciò spesso avviene per motivi illegittimi, ma esistono almeno due situazioni in cui questa funzione è legittimata:

  1. Quando la soluzione di alcuni problemi particolari necessita di una decisione politica (atti legislativi, decisioni del governo, etc.).
  2. Quando l’amministrazione funziona male e non permette al comune cittadino di far valere i propri diritti, pur teoricamente garantiti.

Quello del collegamento con la pubblica amministrazione (PA) è però un ruolo molto delicato, soprattutto il punto 2: la possibilità di bypassare la via burocratica è una delle massime cause di privilegi ed ingiustizie nel sistema italiano, ed è uno dei principali motivi di sfiducia dei cittadini nella politica. D’altra parte, la realtà delle cose è che spesso, senza spinte “politiche”, molti problemi non si risolvono. Posto che la soluzione vera, verso cui tendere, è un buon funzionamento della burocrazia, si deve anche cercare una soluzione temporanea che sia applicabile da subito e che, possibilmente, faciliti la transizione verso un miglior funzionamento della PA.

Per superare il sistema dei privilegi la soluzione immediata deve basarsi su meccanismi trasparenti e su decisioni alla luce del sole, ma deve anche permettere di affrontare e risolvere problemi che suscitano una forte polarizzazione nell’opinione pubblica. Su questi problemi solitamente non è possibile trovare una soluzione totalmente condivisa, spesso neanche all’interno di un singolo partito. Ma, se non troviamo un meccanismo capace di risolvere anche questo tipo di problemi, sicuramente esso verrà aggirato per utilizzare i “soliti” metodi a porte chiuse.

Per raggiungere la trasparenza limitando la pesantezza del processo decisionale possiamo chiedere aiuto alle tecnologie informatiche. E’ possibile creare dei software web da utilizzare per raccogliere le segnalazioni dei cittadini sui problemi, per permettere ad altri cittadini di sostenerne l’urgenza (come nelle petizioni), per commentare, discutere e cercare soluzioni. E soprattutto per permettere ai politici, quando si occupano di uno di questi problemi, di tenere il pubblico informato su cosa è stato fatto, e con quali risultati.

Il problema non è solo rendere pubbliche certe informazioni, ma anche renderle veramente utilizzabili da parte dei cittadini. In questo senso gli ultimi sviluppi dell’informatica, se utilizzati sapientemente, possono veramente cambiare le cose. Ma, visto che larghe fette di popolazione non sono in grado di utilizzare direttamente gli strumenti informatici, un ruolo fondamentale può essere svolto dalle sezioni di partito. In queste sedi i volontari del partito potrebbero aiutare i cittadini comuni a tenersi informati ed in contatto con i propri eletti, non passando direttamente dalla fredda mediazione degli strumenti informatici, ma da un rapporto umano più apprezzato dalla maggioranza delle persone.

Aug 30

Beppe Grillo segnala l’ennesimo scempio che potrebbe essere perpetrato al bel paesaggio italiano, questa volta nelle Eolie. Viene da pensare: è chiaro che, con un’operazione del genere, qualcuno ci guadagnerà molto. Ma quanti saranno a guadagnarci? In un caso come questo, mi pare proprio che non saranno in molti; anzi, in tanti ci perderanno. Visto che siamo in democrazia, e che qui serve una scelta politica, ci dovremmo aspettare che, se la maggioranza ci perde, lo scempio non dovrebbe essere approvato. Perché non è così?

La spiegazione non è così strana. Quelli che guadagneranno da questo affare non sono molti, ma ci guadagneranno moltissimo. Quelli che ci perderanno, invece, sono moltissimi (quasi tutti gli italiani), ma ognuno ci perderà poco. Questo vuol dire che i primi, quelli favorevoli, hanno una forte motivazione; i secondi, quelli che dovrebbero essere contrari, hanno una motivazione debole; tanto debole che la maggior parte non perde tempo ad informarsi in prima persona. A proteggere i loro interessi dovrebbero essere i politici, che sono eletti e pagati per questo, e che dovrebbero pensare che un domani, quando la frittata sarà stata fatta e tutti se ne accorgeranno, perderanno i voti.

Ma i politici che prendono queste decisioni sanno che, quando poi la magagna verrà a galla, la gente in gran parte penserà: “tanto i politici sono tutti uguali, a che servirebbe cambiare?“. E allora, perché preoccuparsi di questi dettagli? A questi politici converrà continuare a farsi gli affari propri, finché la gratitudine di chi ci guadagna sarà sicuramente molto più tangibile della rabbia di chi ci perde. Sono i cittadini che devono far capire ai politici che non sono più disposti a tollerare certe cose, altrimenti a quelli non conviene cambiare. Come far capire questo messaggio? Ci sono diversi modi, ma, secondo me, il più efficace è chiedere ai politici di rispettare delle regole precise, come quelle del Manifesto TRL. E, dopo, controllare chi non le rispetta, e non votarlo più. Con le regole giuste, tutti possono controllare. Clicca qui per saperne di più.

Aug 8

Trasparenza, Rinuncia ai privilegi, Lealtà agli elettori: sembra impossibile? Non è così. Beppe Grillo continua ad organizzare il suo V-Day, ora ha anche l’inno. Ma è con le proposte concrete che potrebbe ottenere molto di più. Le tre leggi che propone possono essere utili, ma si può fare qualcosa subito, senza dover aspettare che si smuova il parlamento, solo con chi ci sta: patti chiari, amicizia lunga. Anche in Italia ci sono brave persone che si preoccupano per gli altri, diamogli la possibilità di farsi avanti anche nella politica!

Il Manifesto TRL è semplice, concreto, applicabile. Può essere accettato sia da chi vuole fare politica onestamente sia da chi non si fida più dei politici. Il manifesto fa discutere, ma può diventare sempre più uno strumento per far capire chi vuole fare il furbo e chi vuole fare bene.

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