Voglio rispondere ad un articolo che critica il discorso di insediamento di Veltroni come segretario del Partito Democratico; non per difendere Veltroni, ma per affrontare un problema più generale. L’articolo attribuisce al neosegretario del PD una netta propensione per un assetto presidenzialista o quasi, e monocamerale o quasi. E questa propensione viene attaccata pesantemente, con l’accusa di “sposare, nel 2007, il progetto istituzionale dell’ex partito neo-fascista”. Al di là degli espedienti retorici di cui l’articolo abbonda, la critica viene poi precisata meglio dall’autore in questa risposta. In parole povere il sunto è questo: visto che in Italia abbiamo a che fare con una destra pericolosa, bisogna adottare un sistema che impedisca al Parlamento di legiferare rapidamente, e al Presidente di assumere l’iniziativa con una forte legittimazione popolare. Seconde me si tratta di un grosso errore tipico di una certa tradizione della sinistra italiana.
Che sia riformista o rivoluzionaria, la sinistra vuole il cambiamento in favore di chi ha di meno o è meno protetto. Per i partiti politici di sinistra che accettano le regole della democrazia liberale, il metodo per ottenere questo cambiamento è vincere le elezioni ed usare gli strumenti del potere legislativo ed esecutivo per portare avanti il programma di riforme proposto agli elettori. Attuare delle riforme importanti richiede più energie che conservare i vecchi schemi, per cui il compito della sinistra riformatrice è più difficile di quello della destra conservatrice. Se a queste difficoltà intrinseche aggiungiamo quelle derivanti dal modello istituzionale italiano, che rende difficilissimo far approvare qualunque legge che tocchi degli interessi costituiti, per non parlare poi dell’applicare tale legge se viene approvata, si capisce perché l’Italia sia uno dei Paesi occidentali con la più bassa mobilità sociale, meno protezioni dei consumatori, meno aiuti per i disoccupati, etc. etc.
Come si può spiegare allora questo autogol della sinistra che difende un sistema che aiuta solo la conservazione sociale? Io credo che l’errore sia quello di combattere il nemico sbagliato. Le difese sono ancora schierate contro il pericolo di un colpo di Stato sul modello fascista dello scorso secolo; pericolo che oggi non ha senso. Quando la nostra costituzione è stata scritta, sessanta anni fa, esso era serio e reale; è stato giusto prendere delle misure in proposito. Da diversi decenni, fortunatamente, non è più così.
Dalla metà del ventesimo secolo ad oggi non sono cambiati solo la destra ed i suoi pericoli. E’ cambiata anche la sinistra italiana, che ha visto passare alla storia quell’ideologia marxista che ha costituito per decenni il suo punto di riferimento. In un mondo post-ideologico, cos’è che può prendere il posto del marxismo per dare una direzione precisa, quell’unità di azione necessaria per poter attuare qualunque riforma? La risposta sembra inequivocabile: è solo la leadership di un uomo politico (o di un politico donna) che propone una visione agli elettori, facendosene garante di fronte ad essi, che può svolgere quel ruolo. Il “personalismo” in politica può essere oggetto di facili critiche, specie se si pensa all’uso che ne fa Berlusconi, ma non è il semplice risultato di una distorsione dei media. E’ una necessità, che va regolamentata e controbilanciata con i giusti contrappesi, mettendo al sicuro la Costituzione, ma non va combattuta in nome di un mondo che non c’è più.
Una parte della sinistra si è resa conto di questi cambiamenti. L’elezione diretta dei sindaci ha mostrato come il modello “presidenziale” può funzionare e restare democratico. Se questo modello verrà portato anche al livello nazionale, la sinistra si potrà trovare in grado di attuare riforme molto più incisive di quelle viste nelle sue recenti esperienze di governo. Ovviamente anche la destra, vincendo le elezioni, potrà agire in modo più incisivo. Ma nella democrazia o ci si crede o non ci si crede. Crederci solo se vince la tua parte vuol dire non crederci.
