Jul 29

Stasera sono stato invitato virtualmente alla Festa del PD di Pistoia. Il titolo della serata era “Convincere per tornare a vincere”, ed hanno parlato diversi esponenti importanti del PD toscano: mi sentivo un po’ un pesce fuor d’acqua. Tutto grazie al circolo Obama, e ad Emidio Picariello, che ha lanciato l’idea.

Il mio intervento, audio/video via skype (ma io non ricevevo immagini da loro), è durato 8 minuti, e devo dire che parlare ad un pubblico senza poterlo vedere non è molto piacevole. Spero che la prossima volta ci sia il video anche in ritorno, ma in ogni caso devo ringraziare molto il PD di Pistoia per la possibilità che mi hanno dato!

Ecco il testo dell’intervento:

Il tema della serata è molto azzeccato: “convincere per tornare a vincere”. Ma questa frase presuppone un serio dubbio: perchè ci dobbiamo porre il problema di riuscire a convincere? Perchè il Partito Democratico sembra avere dei problemi di credibilità?

In effetti, è tutta la politica in Italia ad avere seri problemi di credibilità: Berlusconi non ha certo vinto perchè gli italiani erano in maggioranza entusiasti all’idea di altri cinque anni di governo da parte sua, o perchè fossero convinti dei suoi programmi elettorali. Ha vinto innanzi tutto perchè noi, in quest’occasione, siamo risultati ancora meno credibili di lui.
Per avere credibilità bisogna essere coerenti con gli impegni presi, e la politica non ha mai brillato in questo campo. L’esperienza dell’Unione però è stata giudicata dagli italiani, a torto o a ragione, particolarmente deludente.

Mantenere le promesse elettorali è difficile, ma spesso i partiti si sono dimostrati incapaci di rispettare con coerenza anche le regole che si sono dati per il loro funzionamento interno. Questo non aumenta certo la fiducia dei cittadini.

Adesso, ad esempio, la Toscana si è dotata di un ottimo statuto, che noi apprezziamo molto e per il quale vi ringraziamo, che contiene indicazioni ferree sulle primarie, previste veramente sempre, compresa la selezione dei candidati al Parlamento e alle Europee.

Questa dovrebbe essere una garanzia sufficiente per convincere gli italiani sulla serietà del PD, almeno in Toscana, su questo argomento, ma è veramente così? Non dimentichiamo che siamo il Paese dove è nata l’espressione “fatta la legge, trovato l’inganno”: gli italiani non si fidano.

Perchè si possano fidare, bisogna dimostrare loro che c’è ancora qualcuno che è disposto anche a sacrificarsi in nome di una regola che si è dato. Moltissimi si aspetteranno che, alla prima occasione in cui fare le primarie non fosse conveniente, in cui rischia di vincere un candidato sgradito, anche il PD toscano, pur con il suo apprezzabilissimo statuto, troverà una scappatoia per evitare delle primarie vere.

Ebbene, noi, come partito democratico, abbiamo la possibilità di dimostrare a queste persone che si sbagliano. Ci vuole tempo, perchè la reputazione si costruisce in anni e poi basta un attimo per perderla, ma noi siamo convinti che ce la possiamo fare. Abbiamo creato la campagna “primarie vere, primarie sempre” proprio perchè il PD, scegliendo di fare delle elezioni primarie il suo atto fondativo, ha fatto al Paese una promessa sul metodo di selezione della classe dirigente: ora è fondamentale che dimostri di saperla mantenere. Oltre 630 aderenti alla campagna, e 22 circoli, lo chiedono con forza.

Ma il problema del rispetto delle regole non è solo un problema specifico di credibilità dei partiti. E’ mia convinzione che questo sia un problema più generale della sinistra nella società italiana. E’ mia opinione che sia assolutamente necessario, per la sinistra, ritrovare e far ritrovare agli italiani la fiducia nella possibilità di avere regole, leggi, fatte per essere applicate e di cui ci si possa fidare. Regole che diano delle vere garanzie e delle vere sicurezze.

Qual’è infatti il tratto più nobile che caratterizza la sinistra, che lo differenzia dalla destra? Esso è l’idea di una solidarietà che non è solo verso le persone familiari e conosciute, ma verso tutti gli esseri umani, anche verso gli sconosciuti ed i diversi. Questa è una delle cose che unisce la migliore tradizione della sinistra cattolica e la migliore tradizione della sinistra laica.

Nell’Italia di ieri, però, gli sconosciuti erano meno sconosciuti di oggi, e i diversi meno diversi. La società era più omogenea, ed era più facile partire da una solidarietà di classe, o da una solidarietà basata su una fede comune, per allargarsi  all’intera società. Oggi le cose sono molto diverse. Non lo sono solo in Italia; anche nel resto dell’Europa occidentale il progresso economico e la globalizzazione hanno portato alla fine della società di massa, alla frammentazione del corpo sociale e all’arrivo di differenze ancora più grandi attraverso l’immigrazione.

Eppure, nel resto d’Europa non si vede una crisi così profonda della sinistra, in nessun altro Paese essa è così in difficoltà. Questa differenza può essere spiegata solo con la presenza di Berlusconi? Certo, anche con quello. Ma il motivo principale, secondo me, è esattamente nella differenza che esiste nel rapporto con le leggi e le regole.

Da loro non ci si aspetta, come spesso accade da noi, che alla prima distrazione qualcuno ti fregherà - e che poi la farà pure franca. La solidarietà è resa possibile da un’attesa di reciprocità, dall’idea che io aiuterò uno sconosciuto in difficoltà, e che, se sarò in difficoltà, qualcuno aiuterà me. Ma un eccesso di furbi, di approfittatori, è in grado di distruggere l’attesa di reciprocità, e quindi rende sempre più difficile la solidarietà.

Una società che non ha un sistema di regole in grado di punire i furbi, ma che al contrario spesso li premia e li esalta, alla lunga riduce di molto la fiducia nella solidarietà. Una società dove non esistono più i forti legami di classe di una volta, e dove le leggi rimangono spessissimo parole vuote, scritte più fare bella figura quando le si annuncia che per essere applicate, dove le persone più potenti ed in vista sono spesso le prime a non rispettarle pubblicamente, è una società dove la sinistra sarà automaticamente in grande difficoltà.

Concludendo,

per convincere, e tornare a vincere, il Partito Democratico deve anche preoccuparsi di ristabilire la fiducia in un sistema di regole. Neanche in Italia è impossibile: ad esempio la legge sul fumo è riuscita ad imporsi e a cambiare le abitudini degli italiani. Oggi noi non abbiamo il governo del Paese, per cui non possiamo dimostrarlo con nuove leggi e la loro applicaizone. Però possiamo farlo cominciando al nostro interno, là dove possiamo sia stabilire le regole, sia controllarne l’applicazione. E un’ottima occasione è partire dalle primarie, il cui uso è una delle promesse più apprezzate dagli elettori, e la cui mancanza forse ha deluso di più nell’ultima campagna elettorale.

Se dimostrerà che la decisione se fare o no le primarie dipenderà davvero da regole chiare e applicabili sulle firme da raccogliere; che le primarie saranno vere, ovvero che nessun candidato sarà più uguale degli altri; che crede in un sistema dove la legge è veramente uguale per tutti; se il Partito Democratico dimostrerà di essere diverso da quello che gli italiani si aspettano da un partito politico, anche attraverso le primarie, allora questo partito sarà sulla strada giusta per convincere gli italiani che anche un’Italia diversa e migliore è possibile. Sarà sulla strada giusta per tornare a vincere, per non lasciare che l’Italia si rassegni ad un egoismo che peggiora subito la vita degli ultimi, ma che, alla lunga, peggiora la vita di tutti. Iniziamo noi a dare il buon esempio!

May 16

E’ un mese che non aggiorno questo blog. Non certo perché abbia abbandonato la politica; anzi, al contrario. In questo periodo, digerita la sconfitta elettorale, mi sono chiesto quale potesse essere la cosa più utile da fare per aiutare il Partito Democratico ad avere un futuro. Ed il risultato è visibile qui: www.primariesempre.org. Un’iniziativa lanciata con la collaborazione decisiva del circolo online Barack Obama: grazie a tutti quelli che ci hanno creduto.

Adesso viene il bello. Un’iniziativa di questo genere richiede tempo per affermarsi, ma bisogna lavorare sodo fin da subito. E quindi, se non aggiornerò spesso il blog, saprete perché; anche se avrei tante cose da dire, ma purtroppo il tempo è una risorsa scarsa…

Apr 15

Inutile fare giri di parole, ci hanno dato una sberla che ci ricorderemo a lungo. Avevamo creduto che Veltroni potesse far dimenticare gli sconquassi (quelli reali e soprattutto quelli percepiti) della recente esperienza di governo, e che gli italiani si ricordassero di quelli, molto peggiori, dei cinque anni di governo Berlusconi. Io personalmente avevo creduto nei sondaggi che ci davano delle possibilità di recupero, con la speranza di raggiungere un pareggio al Senato. Tutte le illusioni si sono infrante, rimane tanta amarezza.

Ma l’amarezza va superata in fretta, dobbiamo pensare al futuro. Un futuro con una lunga e difficile opposizione. Perché l’Italia è andata molto a destra, i dati sono inconfutabili. Il PD è riuscito a salvare il suo risultato elettorale pescando molti voti dalla Sinistra Arcobaleno - in funzione anti-Berlusconi - e compensando in questo modo parecchi altri persi alla sua destra, a quanto pare molti a favore dell’UDC. Il risultato in queste elezioni non rappresenta uno zoccolo duro dal quale si può solo crescere, ne dobbiamo essere ben consapevoli: un 3% almeno dell’attuale 33% difficilmente lo riavremo alla prossima elezione, se la sinistra antagonista riuscirà a riorganizzarsi.

Ma da quella parte abbiamo preso tutto quello che potevamo prendere, e non è servito. Se vogliamo vincere le prossime elezioni, non è ad un recupero della sinistra tradizionale che possiamo guardare. Quello che dobbiamo fare è dare al Paese quelle risposte che la destra, questa destra, non può e non vuole dare; risposte che molti dei suoi elettori vorrebbero - e ancora più vorranno alla fine di questo terzo governo Berlusconi, che, secondo me, li deluderà ancora una volta. Ci sarà tempo (anche troppo tempo…) per elaborare le nuove risposte che possiamo dare ai problemi del Paese. Io però indico subito quelle che per me sono le due linee più importanti lungo le quali muoversi.

La prima direttrice, quella più dura da far affermare anche all’interno del PD, è quella di un modo nuovo e diverso di fare politica e gestire la cosa pubblica: più trasparenza, meno privilegi, più attenzione ai problemi quotidiani degli elettori, primarie, meritocrazia. In questo modo si può raggiungere quella credibilità che la politica non ha più, prosciugare il grillismo e recuperare tantissimi consensi al nord, al centro, al sud. Ciò va fatto non a parole, ma con gli atti là dove il PD amministra.

La seconda direttrice è quella delle liberalizzazioni, della protezione del consumatore e dell’antistatalismo. Perché essere di sinistra, in una economia di mercato, vuol dire sì solidarietà per chi ha meno, ma vuole anche dire protezione dei diritti del cittadino medio di fronte ai privilegi, alle truffe, all’arroganza dei pochi protetti. La destra berlusconiana ha già dimostrato di essere sempre pronta alla difesa dei privilegi di tutte le corporazioni. In questo campo li dobbiamo incalzare in Parlamento, sulle piazze, e magari con dei referendum, avanzando e pubblicizzando proposte che facciano scoppiare le contraddizioni tra le parole e gli atti di questa destra socialmente conservatrice e illiberale. La nostra opposizione deve mettere in difficoltà Berlusconi sul piano delle proposte positive, non sul piano dei no, e sono convintissimo che lo possiamo fare.

E’ fondamentale che il PD affronti i prossimi anni con la consapevolezza che, se non facciamo qualcosa di radicalmente nuovo, ci attende più di una legislatura di opposizione. La miscela di controllo dei media, voto di scambio, e appello agli istinti più beceri del popolo mette questa destra in una posizione difficilissima da scalzare. E’ inutile aspettare che qualche aiuto ci arrivi dall’esterno, siamo noi che dobbiamo darci da fare!

Nov 19

Nella prima repubblica era normale assistere a lotte spietate per l’egemonia tra le diverse anime di un partito. Conquistare la segreteria nazionale era l’obiettivo necessario, ma non sufficiente: per poter veramente comandare, il segretario aveva bisogno di controllare tutti o quasi i gangli decisionali. Le coltellate alle spalle erano il pane quotidiano di questa lotta per il potere.

La logica maggioritaria, se applicata anche all’interno dei partiti, ci può permettere di superare questa triste eredità del passato. Attraverso di essa, anche il Partito Democratico, che non potrà mai essere un partito ideologicamente omogeneo, potrà offrire agli elettori governabilità e capacità di portare avanti riforme coerenti anche se non tutti, al suo interno, sono d’accordo. La strada delle primarie, imboccata con decisione in questa fase, va nella direzione giusta.

La logica delle primarie è che gli elettori possono scegliere, tra le diverse offerte di leadership e di programmi, quella da adottare per ogni ciclo elettorale. Se quell’offerta poi vince anche le elezioni generali, tutto il partito dovrebbe impegnarsi per consentirle di esprimersi appieno nell’opera legislativa e di governo. Con questo meccanismo, è fondamentale che la concorrenza tra le idee e le possibili leadership sia la più libera possibile. Anche quando il partito è al governo, il dibattito di cultura politica al suo interno non si deve fermare.

Una tendenza naturale, per una leadership al governo, è quella di tentare di soffocare il dibattito, esattamente come fa un’azienda leader di mercato che sfrutta la sua posizione dominante per impedire la formazione di offerte concorrenti valide. Per questo, anche dentro al Partito Democratico, servono delle regole antitrust che garantiscano la concorrenza tra le idee politiche e le persone che le sostengono; in particolare deve essere protetto l’ingresso di idee e di persone nuove che vengono dall’esterno del partito, superando uno dei limiti maggiori della politica italiana fino ad oggi.

Se la logica maggioritaria delle primarie si affermerà veramente, anche il rispetto di queste regole antitrust e della contendibilità della leadership potrà diventare accettabile per chi ha il potere. Se tutti si impegneranno a sostenere l’azione di governo e di riforma di un presidente del consiglio che abbia vinto le primarie, questi non si dovrà più preoccupare, come durante la prima repubblica, di “perdere le redini del partito“. Potrà allora accettare più facilmente che si svolga un dibattito anche critico della sua azione di governo, con la garanzia che le somme si tireranno solo alla fine naturale del ciclo elettorale, quando i suoi risultati potranno essere valutati e confrontati con le alternative che si sono sviluppate dal dibattito e dal confronto interno. Dallo scambio tra garanzia di governabilità e libertà di dibattito risulteranno tutti vincitori.

Oct 22

Ora il Partito Democratico ha il suo segretario e la sua assemblea costituente. Resta da creare il partito. Con quale struttura? Francesco Minervino inizia ad affrontare il problema su iMille.org. Vorrei proporre una riflessione.

Il punto di partenza per affrontare il problema dovrebbe essere la domanda: a che cosa serve un partito politico? Mi sembra che si possano distinguere tre funzioni principali:

  • La prima è quella di luogo di elaborazione culturale, dove si propongono, si discutono e si propagandano idee politiche.
  • La seconda è quella di selezionare e formare una classe dirigente. Le idee in politica sono importanti, ma sono le persone a prendere le decisioni.
  • La terza funzione, in teoria sintesi delle due precedenti, è quella di concorrere democraticamente alla gestione del potere statale (esecutivo e legislativo), portando propri candidati in Parlamento, nel governo, nelle assemblee comunali, provinciali, e purtroppo anche a capo di società a partecipazione pubblica, enti, etc. etc.

Un partito a vocazione maggioritaria non può essere un partito in cui tutti la pensano allo stesso modo. Deve essere un partito dove idee molto diverse possono convivere, ma che poi sia in grado di proporre alla società una proposta politica chiara e affidabile, fatta di candidati e di programmi di riforma limitati, realizzabili. A questa sintesi bisogna arrivare senza che ci sia bisogno che una componente raggiunga l’egemonia culturale nel partito. La logica maggioritaria deve valere anche al suo interno, e le elezioni primarie sono lo strumento giusto.

Chi si da da fare nel partito deve avere qualcosa in cambio. Io credo che le adesioni ufficiali, le tessere siano una cosa utile. Ed è giusto che chi si impegna direttamente abbia maggiori diritti e doveri di chi non lo fa; sicuramente deve avere il diritto di far sentire la propria voce nelle sedi ufficiali, anche e soprattutto se le sue posizioni sono minoritarie: in questo modo il partito può svolgere al meglio la prima funzione. Ma, quando si tratta di scegliere i candidati e la linea per delle elezioni, per la seconda e la terza funzione del partito, le primarie aperte sono una garanzia contro la chiusura verso la società, contro la preponderanza delle logiche di scambio che la gestione del potere spesso favorisce. Contro il rischio di brogli e l’intromissione di elementi di disturbo si possono prendere dei provvedimenti semplici. Basta richiedere la registrazione al voto per un determinato seggio, e rendere pubblici gli elenchi dei votanti: quanti berlusconiani vorranno vedere il proprio nome pubblicato tra i votanti del PD?